Dimagrire con i farmaci cambia le abitudini alimentari, ma non sempre in meglio. Meno pasti, meno proteine e una qualità della dieta che resta una criticità
Mangiare meno per perdere peso è un concetto noto. Tuttavia, quando la riduzione dell’appetito (e la conseguente riduzione in termini di obesità) è indotta da una terapia farmacologica, il calo non riguarda soltanto l’apporto calorico, ma può coinvolgere anche i nutrienti essenziali. È quanto evidenziato da uno studio condotto dall’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e dall’Università Vita-Salute San Raffaele, che ha analizzato le abitudini alimentari di pazienti in trattamento con agonisti del GLP-1, tra cui semaglutide e tirzepatide. I risultati delineano un quadro concreto: all’utilizzo di questi farmaci si associa una riduzione dell’introito energetico giornaliero, ma anche di macronutrienti fondamentali come proteine, carboidrati e lipidi. Una contrazione quantitativa che, tuttavia, non si traduce in un effettivo miglioramento della qualità complessiva della dieta.
L’aspetto più rilevante riguarda l’apporto proteico. I dati mostrano come la maggior parte dei pazienti in trattamento non raggiunga i livelli raccomandati, con valori medi significativamente inferiori rispetto alle indicazioni nazionali. Un elemento tutt’altro che marginale. Nel corso del dimagrimento, infatti, la preservazione della massa muscolare rappresenta un obiettivo centrale, non solo sul piano estetico ma soprattutto per le implicazioni metaboliche. Questo richiede necessariamente un adeguato apporto di proteine, associato a una regolare attività fisica, in particolare di tipo contro-resistenza. In assenza di tali condizioni, il rischio è che alla riduzione del peso corporeo si accompagni anche una perdita di massa magra, con possibili conseguenze negative sulla salute nel lungo periodo.
Un altro elemento critico
Oltre alla riduzione dell’apporto proteico, emerge un ulteriore elemento di rilievo: i pazienti in trattamento tendono a saltare più frequentemente i pasti. Colazione, pranzo e cena perdono regolarità, riducendo le occasioni per una corretta distribuzione dei nutrienti nell’arco della giornata. Si tratta di un comportamento apparentemente coerente con la diminuzione dell’appetito indotta dai farmaci, ma che può compromettere l’equilibrio complessivo della dieta e la qualità dell’apporto nutrizionale. A consentire questa analisi dettagliata è stata una piattaforma di monitoraggio nutrizionale basata sull’intelligenza artificiale, in grado di valutare i pasti in tempo reale attraverso immagini, codici a barre e input vocali o testuali.
Lo studio ha così raccolto migliaia di giornate alimentari, restituendo uno spaccato concreto della quotidianità dei pazienti, superando i limiti dei tradizionali diari o questionari. In questo scenario, le tecnologie digitali si confermano strumenti sempre più rilevanti nella gestione dell’obesità, non solo per monitorare i risultati, ma anche per orientare scelte alimentari più consapevoli. Se da un lato le terapie farmacologiche per l’obesità stanno ridefinendo l’approccio al trattamento, dall’altro emerge con chiarezza la necessità di inserirle in un percorso più strutturato e multidisciplinare. La sola riduzione del peso corporeo, infatti, non è sufficiente.
Diventa fondamentale garantire un’attenzione sistematica alla qualità dell’alimentazione, alla corretta distribuzione dei pasti e all’adeguatezza dell’apporto nutrizionale, attraverso un supporto personalizzato che accompagni il paziente in tutto il percorso terapeutico. Perché dimagrire non significa semplicemente ridurre le quantità, ma migliorare le scelte alimentari e mantenerle nel tempo.
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