Un’analisi con Intelligenza Artificiale delle calcificazioni arteriose nelle mammografie ha mostrato la capacità di prevedere infarto, ictus e altri rischi per il cuore. Ecco il nuovo studio
La mammografia è da decenni uno degli strumenti più efficaci per la diagnosi precoce del tumore della mammella. Oggi, tuttavia, potrebbe assumere un ruolo ancora più ampio: diventare anche un indicatore precoce del rischio cardiovascolare nelle donne. È quanto suggerisce un ampio studio pubblicato su European Heart Journal, che ha analizzato il valore prognostico delle calcificazioni arteriose della mammella (breast arterial calcifications, BAC) rilevate durante gli esami di screening. Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la principale causa di morte nella popolazione femminile. Nonostante ciò, nelle donne risultano spesso sottodiagnosticate e sottotrattate, anche perché i modelli di stratificazione del rischio utilizzati nella pratica clinica si basano prevalentemente su dati clinici e di laboratorio, senza includere informazioni anatomiche dirette sullo stato delle arterie.
Proprio in questo contesto si inserisce la ricerca, che propone di sfruttare una fonte di informazioni già disponibile: le immagini mammografiche. Durante la mammografia, infatti, è possibile osservare la presenza di calcificazioni lungo le arterie della mammella. Queste calcificazioni non sono legate al tumore ma riflettono processi di calcificazione vascolare associati all’invecchiamento e a diversi fattori di rischio cardiometabolico. Lo studio ha coinvolto oltre 123.000 donne sottoposte a mammografia di screening in due grandi sistemi sanitari statunitensi, con un follow-up mediano di circa sette anni. Attraverso un sistema di intelligenza artificiale basato su deep learning, i ricercatori hanno sviluppato un modello in grado di identificare automaticamente le calcificazioni arteriose nelle immagini mammografiche e di quantificarle con precisione.
Calcificazioni arteriose e rischio cardiovascolare: una relazione dose-risposta
Il sistema non si limita a individuare la presenza o l’assenza di calcificazioni, ma ne misura l’estensione in millimetri quadrati, permettendo una classificazione più dettagliata: assenza di calcificazioni, calcificazioni lievi, moderate o severe. Questo approccio quantitativo rappresenta un passo avanti rispetto ai metodi tradizionali, che spesso si basavano su valutazioni qualitative o semi-quantitative. I risultati mostrano una chiara associazione tra la quantità di calcificazioni arteriose e il rischio di eventi cardiovascolari maggiori (MACE), tra cui infarto miocardico, ictus, scompenso cardiaco e mortalità. In particolare, all’aumentare della severità delle calcificazioni si osserva un incremento progressivo del rischio di eventi cardiovascolari.
Rispetto alle donne senza calcificazioni, quelle con calcificazioni lievi presentavano un rischio cardiovascolare significativamente più elevato, mentre il rischio risultava ancora maggiore nei casi di calcificazioni moderate o severe. Un dato particolarmente interessante è che ogni incremento di 1 mm² nell’area delle calcificazioni era associato a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari del 2–3%. Un altro aspetto rilevante riguarda il confronto con i modelli di previsione del rischio già utilizzati nella pratica clinica, come il punteggio PREVENT raccomandato dalle linee guida. L’integrazione della quantificazione delle calcificazioni arteriose con questo punteggio ha migliorato la capacità di discriminare le pazienti a maggiore rischio cardiovascolare. In altre parole, le informazioni ottenute dalla mammografia aggiungono valore prognostico rispetto ai soli dati clinici tradizionali.
Le possibili implicazioni cliniche dello studio
Particolarmente significativo è anche il potenziale ruolo di questo indicatore nelle donne più giovani. Sebbene le calcificazioni arteriose siano più frequenti con l’avanzare dell’età, la loro presenza nelle donne sotto i 50 anni potrebbe rappresentare un segnale di rischio cardiovascolare precoce, permettendo di identificare pazienti che altrimenti potrebbero non essere intercettate dai modelli di valutazione del rischio basati sull’età. Dal punto di vista clinico, il messaggio dello studio è chiaro: le mammografie potrebbero diventare uno strumento di screening cardiovascolare opportunistico. Ogni anno milioni di donne si sottopongono a mammografia per la prevenzione del tumore della mammella; analizzare automaticamente le calcificazioni arteriose presenti nelle immagini consentirebbe di individuare precocemente pazienti a rischio cardiovascolare senza richiedere nuovi esami, costi aggiuntivi o esposizioni radiologiche supplementari.
Naturalmente, gli autori sottolineano che la quantificazione delle calcificazioni arteriose non è destinata a sostituire i modelli di valutazione del rischio cardiovascolare già esistenti. Piuttosto, potrebbe rappresentare un segnale di allerta precoce, utile per indirizzare le pazienti verso una valutazione cardiologica più approfondita o verso interventi preventivi mirati. In prospettiva, l’integrazione tra imaging, intelligenza artificiale e medicina preventiva potrebbe aprire nuove opportunità per migliorare la salute cardiovascolare delle donne. La mammografia, da strumento di diagnosi oncologica, potrebbe così trasformarsi anche in una finestra privilegiata sullo stato di salute delle arterie, contribuendo a una prevenzione più precoce e personalizzata.
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