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TUMORE ALLA PROSTATA: LO SCREENING DIVENTA “MULTISTEP” PER DIMEZZARE LE BIOPSIE INUTILI

Tempo di lettura: 3 minuti

LO SCREENING MULTISTEP (O A PIÙ FASI ) ADATTATO AL RISCHIO È LA NUOVA FRONTIERA NELLA CURA DEL TUMORE ALLA PROSTATA: UN APPROCCIO CHE DIMEZZA LE BIOPSIE E LE OVERDIAGNOSI.

La prevenzione e la diagnosi precoce rappresentano le armi più affilate che la medicina possiede contro il tumore alla prostata, il cancro più frequente nella popolazione maschile dei Paesi occidentali. Per anni, tuttavia, il panorama dello screening è stato al centro di un acceso dibattito scientifico. Come bilanciare la necessità di individuare i tumori aggressivi in tempo con il rischio di sottoporre troppi uomini a biopsie invasive e trattamenti non necessari per forme indolenti (overdiagnosi)?

La risposta a questo dilemma arriva oggi da un cambio di paradigma radicale: lo screening “multistep” (o a più fasi) adattato al rischio. Un approccio che promette di rivoluzionare l’iter diagnostico riducendo drasticamente le procedure superflue senza perdere di vista la sicurezza del paziente.

l limite del solo PSA e la nascita del percorso a fasi

Per decenni, il dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico) tramite un semplice prelievo di sangue è stato il punto di partenza della prevenzione urologica. Il PSA, però, è un indicatore d’organo e non di malattia. I suoi valori possono innalzarsi anche in presenza di condizioni benigne, come un’ipertrofia prostatica o un’infiammazione. Di conseguenza, un PSA “alto” ha storicamente spinto molti pazienti verso la biopsia, un esame invasivo che, in una percentuale elevata di casi, si rivelava negativo o mostrava tumori così clinicamente insignificanti da non richiedere alcun trattamento.

Il nuovo approccio risk-adapted, sostenuto a livello europeo da grandi consorzi di ricerca come PRAISE-U (progetto nato per uniformare le linee guida dello screening), scardina questo automatismo introducendo un percorso sequenziale e mirato:

  1. Il primo filtro (PSA e Calcolatori di Rischio): Il valore del PSA non viene più letto in modo isolato. Ma inserito all’interno di algoritmi clinici che tengono conto di altri fattori, come l’età, la familiarità e l’esplorazione rettale, per stimare la reale probabilità di una neoplasia aggressiva.
  2. Il secondo filtro (La Risonanza Magnetica Multiparametrica): Se il rischio stimato è significativo, il paziente non viene indirizzato subito alla biopsia, ma a una Risonanza Magnetica Multiparametrica (mpMRI). Questa tecnologia radiologica avanzata permette di “fotografare” la ghiandola prostatica con altissima precisione, individuando le aree sospette con precisione millimetrica.
  3. La Biopsia Mirata (Targeted): Solo se la risonanza mostra lesioni effettivamente sospette si procede all’esame bioptico. Questo viene eseguito (guidato) dalle immagini della risonanza stessa (biopsia fusion), campionando esclusivamente la zona bersaglio.

I dati della ricerca: l’esperienza italiana

L’efficacia sul campo di questo protocollo multistep trova una conferma straordinaria in uno studio pilota italiano condotto dall’Istituto di Candiolo IRCCS in collaborazione con il CPO Piemonte. I ricercatori hanno analizzato l’applicazione di questo modello su una coorte di cittadini, dimostrando dati alla mano che l’introduzione sistemica della risonanza magnetica come “dogana” prima della biopsia permette di dimezzare il numero di biopsie inutili.

Questo significa risparmiare a circa il 50% degli uomini un esame invasivo, fastidioso e non privo di potenziali complicanze (come infezioni o sanguinamenti). Senza però compromettere la capacità della medicina di intercettare precocemente i tumori ad alto rischio, quelli cioè che richiedono un trattamento tempestivo (chirurgico o radioterapico).

Verso una prevenzione personalizzata e sostenibile

Il futuro della prevenzione del tumore alla prostata non risiede dunque nell’abolizione dello screening, ma nella sua personalizzazione. Non più uno screening “a tappeto” uguale per tutti, ma un percorso sartoriale, modulato sul profilo di rischio biologico del singolo individuo.

Questo modello assistenziale non solo tutela il benessere psicofisico del paziente, riducendo l’ansia legata a falsi allarmi e sovradiagnosi. Ma rappresenta anche una svolta in termini di sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale. Infatti, in questo le risorse vengono ottimizzate e l’attività diagnostica ad alta specializzazione si focalizza laddove è realmente necessaria. La sfida clinica e organizzativa dei prossimi anni sarà proprio quella di recepire queste evidenze scientifiche. E trasformarle in programmi di screening oncologico organizzati e accessibili su scala nazionale.

Per approfondire clicca qui.

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