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Raffinerie in fiamme in Iran: quali rischi per le popolazioni esposte

Tempo di lettura: 3 minuti

Gli incendi nelle raffinerie rilasciano nell’aria particolato fine e sostanze tossiche con possibili effetti respiratori, cardiovascolari e oncologici per le popolazioni esposte

I conflitti armati non producono solo vittime immediate. Sempre più spesso lasciano dietro di sé una traccia meno visibile ma potenzialmente duratura: il danno ambientale. Gli attacchi a infrastrutture energetiche, come depositi di petrolio o raffinerie, possono liberare nell’aria enormi quantità di sostanze tossiche con effetti rilevanti sulla salute delle popolazioni che vivono nelle aree circostanti. È quanto sta accadendo in Iran, dove recenti attacchi hanno colpito siti energetici e raffinerie con incendi estesi e grandi colonne di fumo visibili anche a distanza.

Quando strutture petrolchimiche o depositi di carburante bruciano o subiscono danni, nell’atmosfera vengono rilasciate numerose sostanze inquinanti. Tra le principali vi sono il particolato fine (PM2.5 e PM10), il biossido di zolfo (SO₂), gli ossidi di azoto (NOx), il monossido di carbonio e vari composti organici volatili, tra cui benzene, toluene e xileni. Si tratta degli stessi contaminanti che la letteratura scientifica associa da anni ai principali effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico urbano e industriale.

Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla qualità dell’aria indicano con chiarezza che l’esposizione anche relativamente breve a concentrazioni elevate di particolato fine e gas irritanti può produrre effetti clinicamente significativi. Il particolato fine, in particolare, è in grado di penetrare profondamente nel sistema respiratorio e raggiungere il circolo sanguigno, attivando processi infiammatori e ossidativi.

Dalle vie respiratorie al rischio cardiovascolare e oncologico

Gli effetti più immediati si osservano generalmente a livello respiratorio. Nelle ore o nei giorni successivi a un grande incendio industriale o petrolchimico è frequente registrare un aumento di irritazione oculare e delle vie respiratorie, tosse persistente, dispnea e broncospasmo. Nei soggetti già affetti da patologie respiratorie croniche, come asma o broncopneumopatia cronica ostruttiva, questi episodi possono provocare riacutizzazioni importanti. Numerosi studi sugli incendi industriali e sugli episodi di smog acuto hanno mostrato un aumento degli accessi ai pronto soccorso per sintomi respiratori nelle popolazioni esposte.

L’impatto non riguarda però solo l’apparato respiratorio. Negli ultimi due decenni la ricerca ha evidenziato un legame sempre più forte tra inquinamento atmosferico e malattie cardiovascolari. L’esposizione a particolato fine, biossido di azoto e biossido di zolfo è associata a un aumento dell’infiammazione sistemica, a disfunzione endoteliale e a fenomeni di vasocostrizione. Questo può tradursi, soprattutto nei soggetti fragili, in un incremento del rischio di eventi cardiovascolari acuti come angina, aritmie, scompenso cardiaco o infarto.

Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda l’esposizione a composti organici volatili rilasciati durante gli incendi di prodotti petroliferi. Tra questi, il benzene è uno dei contaminanti più studiati e più pericolosi. La letteratura scientifica ha da tempo documentato l’associazione tra esposizione cronica a benzene e aumento del rischio di leucemie e altre patologie ematologiche. Le comunità che vivono stabilmente vicino a complessi petrolchimici o raffinerie presentano, in diversi studi epidemiologici, un rischio maggiore di alcune patologie respiratorie e oncologiche.

Quando il danno ambientale diventa emergenza sanitaria

Naturalmente il rischio reale dipende da numerosi fattori: l’intensità dell’incendio, la durata dell’esposizione, la direzione dei venti e la distanza delle abitazioni dalle aree industriali colpite. Tuttavia l’esperienza accumulata negli studi sugli incidenti industriali e sugli incendi di grandi impianti petrolchimici suggerisce che gli effetti sanitari possono manifestarsi sia nel breve sia nel lungo periodo.

Particolarmente vulnerabili sono alcune categorie di popolazione. I bambini, ad esempio, respirano più rapidamente degli adulti e il loro sistema respiratorio è ancora in fase di sviluppo, rendendoli più sensibili agli effetti degli inquinanti atmosferici. Anche gli anziani e le persone affette da malattie respiratorie o cardiovascolari croniche possono subire conseguenze più gravi. Le donne in gravidanza rappresentano un altro gruppo sensibile: l’esposizione significativa a inquinanti atmosferici è stata associata, in diversi studi, a esiti ostetrici sfavorevoli come parto pretermine o basso peso alla nascita.

Gli incendi di raffinerie e depositi di carburante non rappresentano quindi soltanto un problema ambientale, ma una vera questione di salute pubblica. In un mondo in cui i conflitti coinvolgono sempre più spesso infrastrutture energetiche e industriali, è una priorità per la comunità scientifica e per le Istituzioni Sanitarie internazionali aiutare l’opinione pubblica ad avere consapevolezza delle conseguenze meno evidenti, ma non per questo meno drammatiche, delle azioni di guerra di questo tipo. Per la loro estensione longitudinale e il target di danno soprattutto verso la parte piu’ fragile della popolazione, andrebbero catalogate come vero e proprio crimine contro l’Umanità.

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