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Cancro uroteliale avanzato: nuova terapia in Italia

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La nuova opzione terapeutica rappresenta un’importante innovazione nel trattamento del tumore uroteliale avanzato, con potenziali ricadute significative sulla pratica clinica

Riconosciuta dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la rimborsabilità di enfortumab vedotin, in associazione a pembrolizumab, per il trattamento di prima linea dei pazienti adulti con carcinoma uroteliale localmente avanzato non resecabile o metastatico. L’approvazione rende disponibile anche in Italia la prima combinazione terapeutica in grado di rappresentare un’alternativa alla chemioterapia a base di platino, che da circa quarant’anni costituisce lo standard di trattamento di prima linea nel carcinoma uroteliale avanzato.

Il tumore della vescica rappresenta la quarta neoplasia più frequente in Italia, con oltre 31.000 nuove diagnosi ogni anno. I tassi di sopravvivenza a cinque anni sono pari all’80% negli uomini e al 78% nelle donne, mentre i decessi stimati sono circa 8.300 l’anno (dati AIOM–AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2025).

Tuttavia, la diagnosi risulta ancora spesso tardiva: circa il 12% dei pazienti presenta la malattia già in fase avanzata o metastatica al momento dell’identificazione, una condizione associata a prognosi particolarmente sfavorevoli in termini di sopravvivenza (fonte: National Cancer Institute). Nonostante la potenziale gravità della patologia, la consapevolezza dei segni e dei sintomi del carcinoma vescicale rimane limitata, contribuendo a ritardi nell’accesso alle cure. Nelle forme avanzate o metastatiche, l’impatto della malattia risulta rilevante non solo sul piano clinico, ma anche sulla qualità di vita del paziente e del nucleo familiare, con ripercussioni fisiche, psicologiche, relazionali e lavorative.

Lo studio EV-302

L’approvazione della rimborsabilità da parte di AIFA si basa sui risultati dello studio clinico di fase III EV-302 (Keynote-A39), che ha valutato efficacia e sicurezza di enfortumab vedotin in combinazione con pembrolizumab in pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico non precedentemente trattato. La combinazione ha dimostrato un beneficio clinico significativo rispetto alla chemioterapia a base di platino, con una sopravvivenza globale mediana pari a 31,5 mesi contro 16,1 mesi (HR 0,47), corrispondente a una riduzione del rischio di morte del 53%. Analogamente, la sopravvivenza libera da progressione è risultata superiore nel braccio sperimentale, con una PFS mediana di 12,5 mesi rispetto a 6,3 mesi con la chemioterapia (HR 0,45), indicando una riduzione del rischio di progressione o morte del 55%.

“Questa opzione terapeutica rappresenta una grande novità perché ha la possibilità di cambiare la storia clinica di questi pazienti”dichiara Roberto Iacovelli, Professore associato di Oncologia medica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Policlinico Gemelli IRCCS di Roma.

 “Una vera rivoluzioneprosegue Iacovellirispetto allo standard di trattamento basato sulla sola chemioterapia. Enfortumab vedotin è un anticorpo farmaco-coniugato che veicola un chemioterapico all’interno delle cellule tumorali, a partire dal legame tra l’anticorpo farmaco-coniugato e la Nectina-4, una proteina di adesione ubiquitaria e particolarmente espressa sulle cellule di molti tumori, incluso il tumore uroteliale. Pembrolizumab, invece, ‘risveglia’ la capacità del sistema immunitario di riconoscere la cellula tumorale. Insieme, questi farmaci agiscono su due fronti diversi e in modo sinergico con l’obiettivo di distruggere le cellule tumorali. Si tratta di un enorme passo avanti per una popolazione di pazienti con carcinoma della vescica non resecabile o metastatico caratterizzata da importanti bisogni insoddisfatti”.

I dati di sicurezza emersi dallo studio EV-302 risultano sovrapponibili a quelli già riportati per la combinazione enfortumab vedotin e pembrolizumab nello studio EV-103, condotto in pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico non eleggibili al trattamento con cisplatino. Gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore più frequentemente osservati (≥3%) sono stati rash maculo-papulare, iperglicemia, neutropenia, neuropatia sensoriale periferica, diarrea e anemia. Nel corso dello studio non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza. Durante EV-302, circa il 30% dei pazienti ha completato il trattamento chemioterapico e ha successivamente ricevuto una terapia di mantenimento con avelumab, inibitore di PD-L1, in linea con l’attuale pratica clinica. I risultati dello studio EV-302 sono stati pubblicati integralmente sul New England Journal of Medicine.

“I dati con un follow-up più lungo presentati la scorsa estate, confermano che i pazienti continuano a beneficiare del trattamento con enfortumab vedotin più pembrolizumab”sottolinea Patrizia Giannatempo, oncologo medico Us di Oncologia Genito-Urinaria, Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori, Milano.

“Oltre il 74% dei pazientiprosegue l’espertache ha avuto un beneficio con risposta completa continua a essere in risposta anche a 24 mesi. E le evidenze dimostrano che, in coloro che all’inizio hanno una risposta completa della malattia al trattamento, la progressione tende a manifestarsi dopo intervalli di tempo lunghi. Le linee guida internazionali, come Esmo ed Eau, sulla base dei dati scientifici pubblicati, hanno immediatamente posizionato l’associazione enfortumab vedotin più pembrolizumab come prima scelta nel trattamento di prima linea del carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico”.

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