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Il non giudizio della mindfulness – Dott.ssa Cinzia Orlando

Tempo di lettura: 4 minuti

La rubrica tratta le diverse dimensioni e aree della psicologia. È curata, per Italian Medical News, dalle psicologhe e dagli psicologi del Sindacato Nazionale PLP – Psicologi Liberi Professionisti

Il non giudizio nella mindfulness.
Dott.ssa Cinzia Orlando
Psy Tools è una Rubrica a cura del Sindacato PLP Psicologi Liberi Professionisti

Racconto a lieto fine.

Ho iniziato a scrivere per Voi sulla mindfulness la settimana scorsa pensando di trattare ad uno ad uno gli argomenti definiti da Jon Kabat-Ziin i sette pilastri della meditazione. La fiducia mi è sembrata una buona porta per entrare nella grande casa della mindfulness.

Con quale argomento proseguire il mio discorso dedicato a Voi che siete qui con le mie parole? Chiudo gli occhi e aspetto qualche istante. Nulla. Il vuoto. Inizio ad accarezzare la mia gatta bianca e grigia. La sua pancia è morbida e calda. E’ distesa sul divano, schiena in su. Inizio a sentire le sue fusa. Un suono così naturale. Ho imparato a non forzare l’atto creativo: è la gentilezza che lascia arrivare l’idea. E infatti arriva.

Entra nella mia mente un ricordo: la prima sessione del programma per la riduzione dello stress. E’ sera, l’atmosfera è densa di curiosità, siamo in cerchio, chi sulla sedia chi sul tappetino colorato, sto citando la definizione che Jon Kabat-Zinn fa della Mindfulness: “portare intenzionalmente l’attenzione a ciò che accade, momento per momento, senza giudicare e con gentilezza”. Mentre il ricordo scorre nella mia mente le parole “senza giudicare” si accendono come vecchi neon. Tutti i partecipanti ai miei gruppi colgono velocemente la definizione di mindfulness ma quando si soffermano sulla parte che cita il non giudizio quasi sempre mi chiedono “che vuol dire senza giudicare?”.

Torno all’Adesso: la mia mente sceglie in un attimo, il secondo articolo sarà sul non giudizio. Di solito giudichiamo tutto sparando a vista pallottole che, nella migliore ipotesi, colpiscono gli aspetti delle azioni degli altri che ci arrecano più fastidio; il bersaglio è ciò che per noi è sgradevole. Fin tanto che giudichiamo gli altri, le loro mancanze i loro errori, abbiamo una fornitissima cartuccera a disposizione. Il giudizio dipende dalla nostra condizione del momento, lo stato d’animo, le aspettative, l’educazione, o ancora dalla cultura da cui proveniamo; ma ciò che pensiamo dell’altro o che gli diciamo è: “Tu hai sbagliato, tu mi fai stare male!” .

Il discorso si complica molto quando il nostro giudizio si rivolge a noi e diventa autocritica. Puntiamo il fucile (a canne mozze) verso di noi e cominciamo a sparare non solo sulle azioni sbagliate, quelle che non vorremo rifare, ma soprattutto sulle emozioni o sensazioni o pensieri a noi sgradevoli. Possiamo fare tiro al bersaglio con amici, partner, colleghi, ma non possiamo eliminare sensazioni o emozioni o pensieri difficili in noi stessi! La roulette russa è bella e apparecchiata e non ci resta che aspettare il proiettile che ci darà il colpo di grazia.

E si perché più violento della paura, della tristezza e della rabbia è l’autocritica: aliena, mette cuore e mente l’uno contro l’altro lasciandoci stremati a terra. L’immagine del fucile si trasforma e ripesco dalla mente una vecchia icona anni ’70: come sarebbe se invece caricassimo a fiori i nostri fucili e decidessimo di puntare un’attenzione affettuosa agli aspetti della nostra esperienza che non ci piacciono? Forse potremmo spacchettare le sensazioni difficili o le emozioni sgradevoli con il gesto d’amore che è attenzione radicale, e così prenderci cura dei nostri bisogni. Basta poco, solo una domanda: “di cosa ho bisogno in questo momento?”.

Come posso spiegarlo meglio? Torno al passato e metto a fuoco un momento della mia vita in cui le emozioni difficili si presentavano prepotentemente. Gli eventi traumatici di solito hanno questo potere. Attivano difese e resistenze dentro di noi e la meditazione spesso mette a fuoco bersagli e proiettili. L’emozione predominante in quel periodo era la paura ed era talmente tanta che veramente desideravo vederla centrata ed abbattuta anche a colpi di negazione e rimozione. Io medito e meditavo anche allora. Stavo proprio sperimentando la definizione di Jon Kabat-Zinn di cui vi ho parlato prima.

Avrei voluto vivere solo emozioni positive durante la pratica e invece mi trovavo costantemente “triggerata” dalla paura. Mi trovavo a Roma a poche ore da un ritiro importante, 9 giorni silenziosi con Saki Santorelli, praticamente il vice di Jon. Siamo al primo giorno, divisi in piccoli gruppi da dieci per discutere sulle motivazioni e aspettative; io schiacciata dal mio momento personale e altri nove partecipanti con la loro personale situazione. Comincia il giro. Molti si presentano e raccontano di sé, professione, aspettative, considerazioni. Sono fortunata, capito nel gruppo condotto proprio da Saki. È garbato, ascolta tutti, con pazienza, sorride. Io lo guardo e sento solo paura, non riesco a pescare un solo pensiero intelligente, neanche immergendo reti a strascico nella mia mente. E cosi il giudizio aumenta sempre di più e io sto sempre più sotto tiro.

La mia mente si carica pensieri che sono proiettili del calibro: “Che ci sto a fare qui? La mia mente proprio non funziona più, dovrei essere calma e invece no, ma che medito a fare!” Nel frattempo arriva il mio turno per parlare. Ho già lavorato in passato sulla fiducia ve l’ho raccontato nell’articolo precedente e allora mi butto, chiedo a Saki “io ho molta paura, ho paura di incontrare ancora più paura mentre medito in silenzio per nove giorni, cosa posso fare?”. Lui si ferma fa una pausa poi mi guarda e io penso che (ammanettandomi) mi dirà: “non lo puoi fare questo ritiro non sei in grado!” e invece dice: “Grazie”.

Sta in silenzio per altri 10 secondi che a me sembrano interminabili e poi dice: “Va bene sentire paura, quando senti paura mentre mediti c’è una parte dentro di te che la vede, la osserva e la riconosce, ecco quella parte li non sente paura. È con quella parte che puoi accogliere l’esperienza. C’è anche quella dentro di te e quando lo noti non sei più solo paura, sei anche chi abbraccia la paura”. Qualcosa dentro di me si scioglie. Non c’è più nessuno attorno a me, non ci sono più le persone intelligenti, la paura, la vergogna, neanche il maestro. O forse ci sono tutti con me, ma senza differenza, siamo tutti uguali, tutti attenti, commossi. Il caricatore è aperto, la pistola è a testa in giù, i proiettili rotolano via. Le emozioni salve, tutte vive, tutte uguali. Regalo un fiore alla mia paura e sento che posso portarla con me al ritiro e che forse l’ho giudicata male.

Aldilà del giusto e dello sbagliato c’è un campo, è pieno di fiori ed è li che noi aspettiamo noi.

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