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La semaglutide può ridurre la dipendenza da sostanza? Le evidenze scientifiche

Tempo di lettura: 4 minuti

Gli agonisti del recettore del GLP-1, e in particolare la semaglutide, sono saliti alla ribalta per la loro efficacia nel favorire la perdita di peso. Oggi, nuove evidenze scientifiche ne suggeriscono un possibile ruolo anche nel contrasto alle dipendenze

Le dipendenze da alcol e droghe potrebbero presto avere un nuovo e inatteso alleato: una classe di farmaci già impiegata per il trattamento del diabete e dell’obesità sta mostrando risultati promettenti anche nel contrasto ai disturbi da uso di sostanze. Si tratta degli agonisti del recettore del GLP-1 (in cui rientra la famosa semaglutide) molecole note per la loro capacità di ridurre l’appetito e favorire la perdita di peso, che oggi sembrano offrire nuove prospettive terapeutiche in un ambito del tutto diverso.

Sebbene la ricerca sia ancora in una fase preliminare, le evidenze raccolte finora sono incoraggianti. Studi condotti su modelli animali e volontari umani indicano che questi farmaci potrebbero contribuire a ridurre il consumo di alcol e di altre sostanze stupefacenti. Come ha spiegato Lorenzo Leggio, ricercatore del National Institute on Drug Abuse e del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism negli Stati Uniti, anche le prime sperimentazioni cliniche hanno fornito risultati positivi, aprendo la strada a un nuovo possibile approccio terapeutico per una delle sfide più complesse della medicina moderna.

Le molecole di GLP-1 agiscono nel cervello

Il legame tra questi farmaci e le dipendenze può sembrare sorprendente, ma si fonda su basi scientifiche solide. Le molecole di GLP-1 non agiscono soltanto a livello del sistema digestivo, ma anche nel cervello, dove l’attivazione dei loro recettori nel sistema nervoso centrale contribuisce a regolare i segnali della fame e della sazietà. Questo meccanismo permette all’organismo di mantenere un equilibrio tra il bisogno di nutrirsi e la sensazione di pienezza, equilibrio che risulta alterato in alcune forme di obesità patologica.

Proprio da qui nasce il possibile collegamento con le dipendenze. Come evidenziato da uno studio pubblicato sul Journal of the Endocrine Society, alcune forme di obesità condividono caratteristiche biologiche e neurologiche con i disturbi da uso di sostanze. I circuiti cerebrali della ricompensa, coinvolti nei comportamenti di dipendenza, appaiono infatti sovrapposti a quelli che regolano l’alimentazione compulsiva e l’obesità. Partendo da questa osservazione, gli scienziati hanno iniziato a indagare se gli agonisti del GLP-1 possano modulare i meccanismi cerebrali alla base del comportamento addittivo, con l’obiettivo di ridurre il desiderio e l’assunzione di sostanze.

Le prime prove suggeriscono che l’effetto possa estendersi a più tipi di dipendenza

Le evidenze preliminari disponibili finora riguardano diverse forme di dipendenza. Nel caso dell’alcolismo, uno studio clinico controllato e randomizzato condotto con exenatide – il primo agonista del recettore del GLP-1 approvato per il diabete – non aveva inizialmente evidenziato effetti significativi sul consumo di alcol. Tuttavia, un’analisi secondaria ha mostrato una riduzione dell’assunzione alcolica nel sottogruppo di pazienti con disturbo da uso di alcol e obesità.

Più di recente, una sperimentazione con semaglutide a basso dosaggio, farmaco di nuova generazione approvato per il trattamento di diabete e obesità, ha evidenziato risultati più promettenti: i partecipanti hanno mostrato una diminuzione dell’autosomministrazione di alcol in laboratorio, una riduzione del numero di bevande consumate nei giorni di assunzione e un calo del desiderio compulsivo.

Per quanto riguarda gli oppiacei, diversi agonisti del recettore GLP-1 hanno dimostrato, in modelli animali, la capacità di ridurre l’autosomministrazione di eroina, fentanyl e ossicodone. Gli studi hanno inoltre evidenziato che questi farmaci attenuano la ripresa della ricerca della sostanza, un comportamento che nei roditori riproduce il meccanismo di ricaduta tipico della dipendenza.

Anche sul fronte del tabacco emergono risultati promettenti: le ricerche precliniche mostrano che tali farmaci diminuiscono l’autosomministrazione di nicotina e la ricerca del farmaco nei modelli animali, mentre i primi studi clinici suggeriscono una possibile riduzione del numero di sigarette fumate al giorno e la prevenzione dell’aumento di peso che spesso accompagna la cessazione del fumo.

Opzioni terapeutiche ancora insufficienti

La necessità di nuovi approcci terapeutici resta però urgente. I disturbi da uso di sostanze si manifestano attraverso quattro dimensioni principali: dipendenza fisica, comportamenti a rischio, difficoltà sociali e perdita di controllo. Le conseguenze vanno ben oltre la salute del singolo, colpendo famiglie, comunità e società nel loro complesso. In particolare, l’alcol è considerato la droga più dannosa, associata non solo a gravi patologie, ma anche a incidenti stradali e episodi di violenza.

Nonostante la portata del problema, le opzioni terapeutiche disponibili restano insufficienti rispetto alle necessità di salute pubblica: nel 2023, meno di una persona su quattro con disturbi da uso di alcol o altre sostanze ha avuto accesso a un trattamento adeguato. Gli autori dello studio sottolineano inoltre la presenza di numerose barriere, tra cui stigma sociale, scarse risorse economiche e limitata disponibilità di servizi per pazienti e operatori sanitari.

Secondo Lorenzo Leggio e i suoi colleghi, sono necessarie ulteriori ricerche per confermare l’efficacia degli agonisti del GLP-1 nel trattamento delle dipendenze e per comprendere meglio i meccanismi biologici alla base di questi effetti. I ricercatori mantengono tuttavia un cauto ottimismo: come afferma Leggio, questa linea di studio ha un valore cruciale, poiché le dipendenze da alcol e droghe rappresentano ancora una delle principali cause di malattia e mortalità, e trovare nuove strategie terapeutiche efficaci è essenziale per migliorare la salute e la qualità di vita di milioni di persone.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio pubblicato sul Journal of the Endocrine Society.

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