L’oncologo e il counselling
Quando una persona riceve una diagnosi di patologia oncologica, non si trova soltanto di fronte a un problema clinico. Si apre improvvisamente una dimensione complessa, fatta di paure, incertezze, domande sul futuro e bisogno di orientamento. In questo contesto la qualità della comunicazione tra medico e paziente diventa parte integrante della cura.
È qui che il counselling assume un ruolo sempre più rilevante nella pratica oncologica.
Il counselling non consiste semplicemente nel trasferire informazioni mediche. È un processo relazionale attraverso il quale il medico e l’équipe aiutano il paziente e la sua famiglia a comprendere la malattia, a orientarsi nelle decisioni terapeutiche e ad attivare risorse di adattamento alla nuova condizione.
La diagnosi oncologica, infatti, è accompagnata da un forte impatto emotivo: ansia, paura, rabbia, senso di colpa o smarrimento possono interferire con la capacità di ascoltare e comprendere le informazioni cliniche. In queste condizioni la semplice comunicazione di dati tecnici rischia di non essere realmente recepita: per essere efficaci entrano in gioco le competenze di Counselling dell’Oncologo.
Elemento centrale è l’empatia professionale. Non si tratta della pretesa di comprendere pienamente l’esperienza dell’altro, ma dello sforzo di essere centrati sul paziente, sul suo vissuto, in un processo di decentramento da sè stessi che è sempre difficile ma, con l’allenamento, può divenire per l’Oncologo un modo “normale” di lavorare e condurre il colloquio.
Il focus del counselling potremmo dire sia, per l’Oncologo, proprio il non rimanere ripiegati su stessi, sulle proprie idee, sul protocollo da applicare. Si tratta in primis di essere concentrati sull’altro, sulla sua dimensione emotiva, sul senso profondo delle domande che vengono poste. Se paziente e famiglia percepiscono rispetto, attenzione, delicatezza, si crea una relazione di fiducia, un clima piu’disteso, una diversa disponibilità all’ascolto e alla partecipazione proattiva alla scelte terapeutiche.
Quando si è creata “sintonia”, allora è il momento in cui si può, con maggiore efficace, trasferire le informazioni: il modo con cui vengono comunicate è decisivo e fa la differenza. Saper comunicare è una vera e propria arte, non si finisce mai di impararla. Il linguaggio medico deve essere tradotto in parole semplici, accessibili, comprensibili all’interlocutore, evitando tecnicismi eccessivi, usando paragoni, immagini, talora metafore, frasi brevi. Le informazioni, cui paziente e famiglia hanno diritto di accesso (vedi anche sul tema legge 219 del 2017), vanno distribuite nel tempo. Pochi concetti possono essere colti di volta in volta, tanto piu’ quando le emozioni sono intense e gli argomenti nuovi all’interlocutore. Bisogna essere consapevoli che esiste un tempo delle emozioni e un tempo dell’informazione, che va declinata all’interno di una relazione d’aiuto franca, trasparente, capace di graduare parole e concetti, senza altresì mai mentire o essere reticente.
L’oncologo, quando crea una vera alleanza terapeutica, diviene costruttore di resilienza. La resilienza viene definita come “la capacità di cogliere positività e nuove opportunità per affrontare gli eventi che schiacciano e fanno andare la vita in una direzione diversa da quella che si sarebbe voluto e si desiderava”. Il concetto risulta chiaro se pensiamo alla pratica clinica: la stessa diagnosi di prognosi gravissima viene vissuta con disperazione assoluta o con relativa serenità a seconda della capacità di accettazione, della forza delle relazioni, della dimensione personale e spirituale del paziente e dei familiari. L’Oncologo in questo processo può divenire ancora di riferimento, bussola per navigare in un mare tempestoso.
Tuttavia questo modello relazionale, oggi considerato parte integrante di una medicina centrata sulla persona, non è sempre semplice da realizzare. L’oncologo opera spesso in un contesto caratterizzato da forti pressioni organizzative e umane. Il carico di pazienti, la complessità delle decisioni cliniche, la carenza di personale, i turni lunghi e le richieste crescenti delle famiglie rendono talvolta difficile trovare il tempo e lo spazio necessari per un ascolto autentico.
A ciò si aggiunge un altro elemento meno visibile ma altrettanto importante: il carico emotivo che l’oncologo porta con sé. Ogni giorno egli incontra storie di sofferenza, fragilità, paura della morte, aspettative e talvolta disperazione. Anche il medico, come ogni persona, è esposto a queste emozioni e deve gestirle senza poter sempre contare su adeguati spazi di elaborazione. Restare centrati sui bisogni del paziente e della famiglia significa quindi, spesso, affrontare anche la propria vulnerabilità professionale e personale.
In un’oncologia sempre più avanzata dal punto di vista tecnologico e terapeutico, il counselling ricorda che ascoltare, accompagnare, non sono attività accessorie al fare la migliore diagnosi e terapia, ma componenti essenziali della qualità dell’assistenza. La formazione al counselling in Oncologia e il supporto psicologico dovrebbero quindi divenire parte integrante non solo dell’iter studiorum ma dell’agenda di ciascun Oncologo.
A cura di Raffaele Arigliani, Pediatra – Direttore Scuole di Counselling Italian Medical Research