Uno studio pubblicato su J Ckin Oncology: il SACT associato ad alta tossicità e ridotta qualità di vita – Overtreatment in fase terminale: ottimizzare l’assistenza del paziente alla fine della vita
Molti pazienti affetti da cancro in fase terminale continuano a ricevere trattamenti che difficilmente apportano benefici clinici significativi, causando potenzialmente più danni che benefici. Questo fenomeno è chiamato overtreatment in fase terminale.
L’argomento è dibattuto da molto tempo ma ancora oggi troppi pazienti vengono trattati con farmaci antitumorali nell’ultimo mese di vita. Il lavoro di Canavan e al1. “Association Between Systemic Anticancer Therapy Administration Near the End of Life With Health Care and Hospice Utilization in Older Adults: A SEER Medicare Analysis of End-of-Life Care Quality pubblicato su J Clin Oncology nel novembre 2025 sottolinea come il trattamento antitumorale sistemico (SACT) per pazienti affetti da tumore in stadio avanzato con prognosi limitata prima del decesso è associato ad alta tossicità e ridotta qualità della vita. Le linee guida scoraggiano questo approccio in quanto cura di scarso valore. Tuttavia, un numero significativo di pazienti, variabile secondo le casistiche dal 10 al 50%, continua a ricevere SACT negli ultimi 30 giorni di vita.
Il lavoro analizza l’associazione tra l’uso di terapie anticancro sistemiche alla fine della vita e l’utilizzo dei servizi sanitari e dell’hospice negli adulti anziani ed evidenzia come l’uso della terapia antitumorale sistemica (SACT) alla fine della vita è associato a un aumento dell’utilizzo delle cure sanitarie e a una minore adesione all’hospice.
Gli autori hanno preso in considerazione 315.089 pazienti all’interno del programma SEER-Medicare di età pari o superiore a 66 anni e affetti da tumore alla mammella, al colon-retto, al polmone, alla prostata, alla vescica, alla cervice uterina, al rene, al fegato, alle ovaie, al pancreas, melanoma o tumore uterino. I pazienti erano stati diagnosticati tra il 2005 e il 2019 e sono deceduti tra il 2015 e il 2020. Sono state analizzate le associazioni tra l’uso della terapia antitumorale sistemica (SACT) alla fine della vita, l’utilizzo dell’assistenza sanitaria negli ultimi 30 giorni di vita (pronto soccorso , ricovero ospedaliero, terapia intensiva e decesso in ospedale e hospice.
23.970 (7,6%) hanno ricevuto la SACT nei 30 giorni precedenti il decesso. La ripartizione per tipo era: terapia citotossica 50,6%, immunoterapia 20,8%, terapia mirata 18% e terapie combinate 10,6%. Dopo l’aggiustamento per le covariate, qualsiasi uso di SACT alla fine della vita era associato a un maggiore ricorso al PS (odds ratio [OR], 3,05 [IC al 95%, da 2,95 a 3,15]), ricoveri ospedalieri (OR, 2,64 [IC al 95%, da 2,56 a 2,72]), ricoveri in terapia intensiva (OR, 1,78 [IC al 95%, da 1,72 a 1,83]), morte in ospedale (OR, 2,02 [95% CI, da 1,96 a 2,08]) e un minor ricorso all’hospice (OR, 0,51 [95% CI, da 0,50 a 0,53]) rispetto all’assenza di SACT. Tutti i sottotipi di SACT erano associati individualmente a un maggiore ricorso all’assistenza sanitaria e a un minor ricorso all’hospice (P < 0,001).
Inoltre l’uso di SACT alla fine della vita era correlato ad una qualità delle cure inferiore ed a un aumento della medicalizzazione della morte. Tutti i sottotipi di SACT sono stati associati a un aumento dell’utilizzo delle cure sanitarie e a una minore adesione all’hospice. I pazienti che ricevono SACT hanno una qualità della vita peggiore e costi sanitari più elevati. Oltre i dati del lavoro di Canavan e al. vale la pena di analizzare, per quanto possibile, le cause che stanno alla base del fenomeno dell’overtreatment. Riportiamo in modo sintetico le indicazioni riportate recentemente da Cherny2 e al. su ESMO Open e che abbiamo sintetizzato nella tabella.
Le evidenze suggeriscono la necessità di rivedere le pratiche cliniche riguardanti la SACT alla fine della vita. È fondamentale migliorare la comunicazione e la pianificazione delle cure avanzate con i pazienti. È importante che gli oncologi discutano con i pazienti riguardo ai rischi associati alla continuazione della terapia e alla transizione verso le cure palliative. Le conversazioni sui valori e sugli obiettivi dei pazienti possono ridurre l’uso della SACT e dovrebbero essere integrate nella pratica clinica per migliorare l’allineamento delle cure con le preferenze dei pazienti. Si devono quindi discutere approcci e strategie per mitigare le influenze culturali e professionali che determinano il trattamento eccessivo, ridurre il fascino delle nuove tecnologie, migliorare la comunicazione medico-paziente riguardo alle opzioni terapeutiche per i pazienti che si avvicinano alla fine della vita e affrontare i pregiudizi cognitivi che possono contribuire al trattamento eccessivo alla fine della vita.
Cruciale resta l’implementazione di strumenti clinici per identificare i pazienti con aspettativa di vita limitata può aiutare a ridurre l’uso della SACT.
Un dato che gli AA stressano è che la continuazione della SACT nei pazienti con cancro avanzato prima del decesso è associato ad alta tossicità e ridotta qualità della vita e porta ad un aumento dell’uso di servizi sanitari.
L’overtreatment danneggia i pazienti causando effetti collaterali, aumentando i costi sanitari, ritardando importanti discussioni e preparativi relativi alle cure terminali e, occasionalmente, accelerando la morte. Il trattamento eccessivo può anche mettere a dura prova le risorse sanitarie, riducendo quelle disponibili per i servizi di cure palliative e causando disagio morale ai medici e alle équipe di cura.
Le conclusioni che si evincono dal lavoro sono che le tempistiche della SACT in prossimità della fine della vita sono influenzate in modo significativo da diversi fattori, tra cui il tipo di SACT, il rinvio ai servizi di cure palliative, il ricovero in un’unità di cure palliative e lo stato di performance ECOG. Questi risultati sottolineano la complessità delle decisioni terapeutiche nella cura del cancro avanzato ed evidenziano la necessità di approcci personalizzati e incentrati sul paziente che tengano conto sia dei fattori clinici che di quelli relativi al paziente per ottimizzare l’assistenza alla fine della vita.
Fattori principali che contribuiscono all’overtreatment relativi all’oncologo al paziente ed ai familiari
Fattori psicologici
- Paura e “determinazione controfobica a trattare”
- Preservazione della speranza
- Negazione e rabbia
- Desiderio di controllo
- Affaticamento decisionale
- Relazione oncologo-paziente
Fattori sociali e culturali
- Norme e aspettative sociali
- Credenze culturali e religiose
- Pressione emotiva da parte della famiglia
- Cultura medica
- Norme professionali nell’ambito dell’oncologia
- Cultura istituzionale e dipartimentale
- Considerazioni finanziarie e legali
- Carico di lavoro dell’oncologo e vincoli di tempo
Pregiudizi cognitivi
- Pregiudizio dell’ottimismo
- Pregiudizio di conferma
- Pregiudizio della novità (il fascino di nuove tecnologie)
- Pregiudizio della disponibilità (ricordo)
- Pregiudizio dell’eccessiva sicurezza
- Pregiudizio dell’avversione alla perdita
- ßPregiudizio di ancoraggio
Modificata da N. I. Cherny et al 2025
- Canavan M.E., Cheng L., Jenny Jing Xiang J.J. et al. Association Between Systemic Anticancer Therapy Administration Near the End of Life With Health Care and Hospice Utilization in Older Adults: A SEER Medicare Analysis of End-of-Life Care Quality. J Clin Oncol . 2025 Nov;43(31):3391-3402.
- Cherny N.I., Nortjé N., Kelly R. et al. A taxonomy of the factors contributing to the overtreatment of cancer patients at the end of life. What is the problem? Why does it happen? How can it be addressed? ESMO Open. 2025 Jan;10(1):104099. doi: 10.1016/j.esmoop.2024.104099.
A cura di Sandro Barni, Primario Emerito dell’Unità Operativa di Oncologia Medica dell’Ospedale di Treviglio-Caravaggio