Dal nuovo studio internazionale VESALIUS-CV, presentato al 57° Congresso Nazionale ANMCO, emergono dati che possono cambiare il paradigma nella gestione del rischio cardiovascolare
Intervenire prima che si verifichi un evento cardiovascolare può fare la differenza. È quanto emerge dallo studio internazionale VESALIUS-CV, presentato al 57° Congresso Nazionale ANMCO 2026 in corso a Rimini, secondo cui nei pazienti ad alto rischio è possibile ridurre del 36% la probabilità di un primo infarto. Un dato che rafforza un nuovo modello di cura: non attendere la comparsa dell’evento acuto, ma agire in modo tempestivo anche nei soggetti che non hanno ancora manifestato complicanze cliniche.
Un’evidenza particolarmente rilevante in Italia, dove le malattie del sistema circolatorio rappresentano ancora la principale causa di morte, con oltre 220.000 decessi registrati nel 2022 su più di 720.000 morti complessive. Numeri che rendono sempre più necessario ripensare la gestione del rischio cardiovascolare, puntando su strategie precoci, intensive e personalizzate.
“Finora l’orientamento nella pratica clinica ha portato a concentrarsi sull’intervento terapeutico dopo un evento acuto”- afferma il dott. Massimo Grimaldi, Presidente ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale F. Mulli di Acquaviva delle Fonti (Bari). “Oggi abbiamo una consapevolezza nuova. Il rischio cardiovascolare si costruisce negli anni, spesso in modo silenzioso e senza segnali riconoscibili, mentre la malattia è già in atto. Questo significa che abbiamo una finestra temporale importante in cui possiamo agire. Siamo davanti a un cambio di paradigma fondamentale per la cardiologia moderna e per il modo in cui dobbiamo prenderci cura dei pazienti”.
Lo studio VESALIUS-CV ha arruolato oltre 12.000 pazienti con rischio cardiovascolare elevato o molto elevato, ma senza precedenti eventi clinici, seguiti per più di quattro anni. I dati raccolti indicano che una riduzione marcata del colesterolo LDL, riconosciuto come fattore causale dell’aterosclerosi, consente di diminuire in modo significativo il rischio di eventi cardiovascolari maggiori, tra cui infarto e ictus.
“Il dato più rilevante è proprio la riduzione del rischio di un primo evento cardiovascolare che si ottiene grazie all’utilizzo di evolocumab: questo risultato può tradursi in un impatto significativo sulla salute della popolazione e sulla vita concreta delle persone” – spiega il dott. Claudio Bilato, Vicepresidente di ANMCO, Direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’Azienda ULSS8 berica e Direttore di Cardiologia degli Ospedali Ovest Vicentino.
“Questo – prosegue l’esperto – significa evitare un infarto, un ictus o una complicanza che può lasciare conseguenze permanenti. La novità è che possiamo intervenire in una fase in cui il paziente non ha ancora avuto eventi, ma è già esposto a un rischio elevato. Nello studio VESALIUS-CV, l’impiego di evolocumab ha consentito di ridurre efficacemente il colesterolo LDL di oltre il 50%, raggiungendo i livelli intorno ai 45 mg/dL”.
Oggi la cardiologia dispone di strumenti sempre più accurati per stimare il rischio individuale e di terapie innovative capaci di ridurre in modo rilevante i livelli di colesterolo LDL rispetto ai valori di partenza. Questo permette di perseguire obiettivi terapeutici più ambiziosi e di definire strategie di protezione cardiovascolare sempre più personalizzate, costruite sulle caratteristiche del singolo paziente. I risultati dello studio, insieme ai dati epidemiologici, confermano che il rischio cardiovascolare non compare all’improvviso, ma si sviluppa progressivamente nel tempo: intercettarlo precocemente e modificarne il decorso può cambiare le prospettive di cura per milioni di persone.
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