Entro il 2025 saranno impiantati in via sperimentale i primi cuori hi-tech a durata ‘no limits’. Si tratta di una grande ed efficace alternativa al trapianto dell’organo biologico
A cura di Antonio Arigliani
Un cuore artificiale permanente potrebbe presto diventare una valida ed efficace alternativa al trapianto di organi biologici per i pazienti affetti da insufficienza cardiaca grave. La carenza di organi disponibili, infatti, costringe molti a lunghe liste d’attesa. Non si tratta di un’utopia, ma di un traguardo che si fa sempre più concreto. Entro il 2025, i primi cuori hi-tech a durata illimitata, sviluppati dalla società francese Carmat, saranno impiantati in via sperimentale. L’annuncio è arrivato durante un incontro stampa presso lo stabilimento produttivo di Bois D’Arcy, situato alle porte di Parigi.
Nei laboratori di produzione, noti come Chambre blanche (Camere bianche) per l’ambiente completamente sterile, lavorano circa 20 tecnici e 60 ingegneri, con una capacità produttiva che, dal 2024, raggiungerà i 500 cuori artificiali all’anno. Qui, i dispositivi si producono e si assemblano in una catena di montaggio “per la vita,” dove l’intervento umano rimane essenziale in diverse fasi del processo, accanto a macchinari e robot. Ogni cuore richiede circa due mesi di lavoro per essere completato e ha un costo attuale di circa 200.000 euro.
Una prima versione nacque nel 2013
Il cuore artificiale totale, introdotto per la prima volta nel 2013 dal professor Alain Carpentier, attualmente è utilizzato come “ponte verso il trapianto” per pazienti con insufficienza cardiaca biventricolare terminale, non più trattabili con terapie mediche o dispositivi di assistenza ventricolare (VAD). Questo approccio consente di stabilizzare il paziente e migliorarne la qualità di vita, permettendogli di attendere il trapianto a casa anziché in ospedale. Ne derivano significativi vantaggi clinici, un miglioramento delle condizioni di salute per affrontare il trapianto, oltre a notevoli risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.
Il cuore artificiale Carmat è collegato a un sistema esterno portatile tramite un tubicino che esce dall’addome, permettendo l’alimentazione attraverso batterie e il monitoraggio continuo del suo funzionamento. Dal 2013, questo dispositivo – l’unico completo autorizzato e commercializzato nell’Unione Europea – è stato impiantato in 84 pazienti in Europa e 3 negli Stati Uniti, dove la FDA ha autorizzato anche un altro modello. In Italia, dal 2021, sono stati effettuati quattro impianti: due all’Ospedale Monaldi di Napoli, uno al Niguarda di Milano e uno al San Camillo di Roma. Tra i pazienti trattati, 30 hanno successivamente ricevuto un trapianto di cuore, inclusi i quattro italiani.
Nonostante il trapianto rimanga l’obiettivo finale, la scarsità di organi disponibili rappresenta un grave limite di fronte a una domanda crescente. L’insufficienza cardiaca, infatti, è in aumento a livello globale: colpisce 64 milioni di persone nel mondo, con una mortalità a 5 anni che varia tra il 50% e il 75%, e provoca circa 200.000 ricoveri l’anno solo in Italia. Tuttavia, i 6.000 trapianti di cuore effettuati ogni anno a livello mondiale coprono appena il 10% del fabbisogno. In Italia, nel 2023, sono stati eseguiti 370 trapianti cardiaci, a fronte di 668 pazienti in lista d’attesa e un tempo medio di attesa di 3,7 anni.
Un’alternativa definitiva al trapianto
Da qui l’obiettivo di arrivare al cuore artificiale permanente, quale alternativa definitiva al trapianto. Un traguardo più vicino grazie alla tecnologia militare, la stessa applicata ai missili: “Entro l’estate – spiega Stephane Piat, Chief executive officer Carmat – potremo disporre di una nuova e super sofisticata scheda elettronica, parte centrale del cuore artificiale, progettata per non andare incontro a deterioramento, prodotta da un’azienda italiana di satelliti. Arriva dalla tecnologia applicata ai missili e sarà miniaturizzate per essere inserita nell’organo hi-tech, rendendolo così duraturo e mirato ad un impianto permanente“.
Sarà una innovazione importante, ma già attualmente il cuore artificiale totale “rappresenta un sostituto efficiente e sicuro del cuore come soluzione ponte” – commenta Claudio Francesco Russo, direttore della Cardiochirurgia al Niguarda e che ha effettuato uno degli impianti. Tuttavia, “esiste ancora un grosso gap culturale rispetto all’uso di tali dispositivi, tra medici e pazienti, che può essere colmato – conclude – solo attraverso un ampliamento della conoscenza dell’efficacia e dei risultati del cuore meccanico impiantabile“.
Fonte: Ansa.it
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