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Il caffè potenziale arma contro il Parkinson? Lo studio

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Secondo una ricerca realizzata dagli esperti della Società italiana di Neurologia, un consumo moderato di caffè è in grado di ritardare l’esordio della malattia

Che il caffè contenga delle proprietà benefiche non è una novità. La nota bevanda, infatti, aiuta a socializzare, alza la pressione ed è un buon viatico per migliorare concentrazione, funzionamento del nostro metabolismo e del cuore. E’ utile anche per ridurre lo stato infiammatorio e, se assunto trenta minuti prima dell’esercizio fisico, può anche aiutare nella resistenza allo sforzo e a diminuire la percezione del dolore. O ancora, dopo una notte insonne, assumere 200 milligrammi di caffè (circa due tazzine), secondo vari ricercatori in tutto il mondo, aiuta notevolmente a superare sensazioni di stanchezza.

Quello che non tutti sanno però, è che il caffè aiuta a prevenire l’insorgere di una malattia degenerativa come il Parkinson. A scoprire il ‘potere’ del caffè sul Parkinson è una ricerca effettuata dai neurologi della Società Italiana di Neurologia – SIN. Lo studio è stato diretto dal Prof. Giovanni Defazio dell’Università di Cagliari. Oltre all’università sarda, hanno preso parte anche le Università di Bari, Catania e Verona. Secondo il citato lavoro, pubblicato su ‘Parkinson & Related Disorders, un consumo moderato di caffè ritarda l’esordio della malattia. Inoltre, in caso di manifestazione, la rende anche meno grave.

“Siamo ancora nell’ambito delle forti probabilità”

A sostegno della teoria, esiste anche uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Montreal, secondo il quale il caffè non solo avrebbe un ruolo protettivo sullo sviluppo della malattia, ma agirebbe anche come farmaco potenzialmente in grado di ritardare la progressione della stessa una volta che si è sviluppata. Il già citato Prof. Giovanni Defazio precisa però come non siamo però dinanzi a un qualcosa di certificato e dunque scientifico.Siamo ancora nell’ambito delle forti probabilità – spiega il Professore. Dalle ricerche è emerso infatti che esistono diversi fattori di rischio come i pesticidi ed altri invece protettivi come l’attività fisica moderata, il thè, la vitamina E e appunto il caffè“.

“Ciò che ancora deve essere compreso è come indirizzare l’azione di questi fattori per una migliore aderenza e dunque una riduzione del rischio. Infatti, non tutti i dosaggi di caffeina sono efficaci allo stesso modo. Di sicuro possiamo dire che il caffè previene la malattia, ne ritarda l’esordio e probabilmente induce una più lenta evoluzione. Ma – conclude Defazio – non consideriamo il caffè come una sorta di panacea neuro-protettiva perché c’è molto da studiare“.

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Caffè
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