La rubrica tratta le diverse dimensioni e aree della psicologia. È curata, per Italian Medical News, dalle psicologhe e dagli psicologi del Sindacato Nazionale PLP – Psicologi Liberi Professionisti
Autrice: Russotto Cristina Maria – Socio PLP Regione Sicilia
Parole chiave: clonwterapia, clown, sorriso, ospedalizzazione, umanizzazione
Psy Tools è una Rubrica a cura del Sindacato PLP Psicologi Liberi Professionisti
Aspetti psicologici e psicopatologici dell’ospedalizzazione
L’ospedalizzazione crea un turbamento nelle abitudini e nel modo di vivere del bambino con alterazioni dei suoi rapporti familiari e sociali. Il tipo di reazione alla malattia e le difficoltà psicologiche incontrate dipendono dal grado di maturazione effettiva raggiunta, dall’età, dal carattere acuto o cronico, benigno o maligno della malattia stessa, dall’atteggiamento della famiglia, dal clima emotivo nel quale i bambini e i loro genitori si trovano.
Sin dagli anni ’50 psicologi e pediatri mettevano in evidenza che alcuni bambini dopo essere stati ricoverati in ospedale, presentavano danni psicofisici. Nonostante ciò, l’aspetto psicologico dei bambini ospedalizzati, fino agli anni ‘60 venne trattato solo marginalmente come si può, evincere da una definizione che “l’Organizzazione Mondiale della Sanità” (OMS) dava della pediatria: “applicazione della medicina generale ai bambini”.
In questi ultimi anni sono stati fatti molti progressi in campo pediatrico inerenti allo stato della salute fisica del bambino ricoverato in ospedale; il supporto di nuove tecniche diagnostiche altamente sensibili e di nuove terapie hanno portato al miglioramento delle possibilità terapeutiche nel medesimo campo. Parallelamente psicologi, psicoterapeuti, pediatri, psichiatri, ed altri operatori sociali si sono focalizzati sui pericoli derivanti dal trauma emotivo scaturito dall’ospedalizzazione.
L’influenza dell’ospedalizzazione nello sviluppo
L’avvento dell’ospedalizzazione nella fase dai 12/18 mesi di vita del bambino viene vissuta e percepita dallo stesso come una sensazione di dolore generalizzato, egli si sente spaventato da ogni avvicinamento del personale sanitario e rischia di vivere ogni cura come una punizione che non riesce a comprendere; un comportamento rassicurante con un contatto fisico e verbale continuo di una figura d’attaccamento permette di contenere la loro paura e il loro disagio.
Altri disagi possono insorgere dall’essere assistito per un certo periodo di tempo da persone diverse ed in maniera discontinua, che determinano per la loro diversità, una sorta di disorientamento nel bambino, influenzando così il suo grado di affettività che può sfociare in atteggiamenti di tipo asociale. Inoltre a questo tipo di disturbo può affiancarsi quello del linguaggio in special modo la capacità di astrazione. In taluni bambini si è osservato che la separazione da ospedalizzazione ha influito anche su aspetti specifici dei processi intellettivi e della personalità.
Durante i 3/4 anni il bambino completa l’acquisizione di tutti i meccanismi motori indispensabili alla sua attività, arrivando alla maturità funzionale del suo sistema neuro-motorio. Quando in questa fase il bambino ospedalizzato viene a perdere le cure genitoriali, egli non è ancora in grado di capire la necessità di questa separazione; così, in preda ad una reazione acuta e durevole di ansia (ansia di separazione), inizia a manifestare il suo malumore e la sua collera in maniera ben più attiva e cosciente di quanto poteva accadere nei primi mesi di vita. Normalmente quando la degenza del bambino è di breve durata egli manifesta il suo disagio mettendo in atto comportamenti di protesta e di pianto. Di fronte ad una lunga degenza è più facile osservare comportamenti di rabbia nei confronti delle figure di attaccamento. Inoltre nei bambini di questa età è sempre presente il pericolo di regressione.
Se nei bambini fino a 3/4 anni di età l’ospedalizzazione rappresenta prevalentemente un notevole trauma a livello dei rapporti con la madre, per il bambino più grande il ricovero in ospedale significa soprattutto l’allontanamento da “tutto l’ambiente familiare”. Anche per i bambini di 4 anni si verificano fenomeni di disadattamento e di regressione e forme di reazioni depressive, mascherate dai disturbi psicosomatici (enuresi, encopresi, anoressia, ecc.) (Boccardi,1989).
Oltre al pericolo di regressioni nel campo delle acquisizioni igieniche, motorie e del linguaggio o all’insorgenza di forme fobiche i bambini di questa età sottoposti a lunghi periodi di ospedalizzazione presentano manifestazioni di deterioramento della personalità quali: infantilismo, egocentrismo, monotonia e tristezza. Si rileva che la presenza delle figure di attaccamento all’interno del contesto ospedaliero permette, da un lato la continuità delle relazioni parentali e quindi di rispondere ai bisogni del bambino e dall’altro di contenere forme di comportamento che possono sfociare in fattori di rischio per lo sviluppo.
Durante il periodo di ospedalizzazione è fondamentale, quindi, ridurre al minimo la separazione tra il bambino e la figura materna, in quanto la relazione madre/bambino può essere considerata il primo approccio socioculturale per il processo di socializzazione del bambino. Inoltre l’introduzione delle “Terapie Umane”, ossia quelle “terapie” che dedicano del tempo alle persone nella loro interezza e non solo dal punto di vista esclusivamente medico ma anche psicologico ha permesso di sostenere e di contribuire al benessere psicologico sia del bambino che dei suoi familiari. In seno a questa nuova visione del malato si inserisce la clownterapia.
Origine e diffusione della clownterapia
Clownterapia o clowntherapy è un termine composto da due parole chiave : clown + terapia. Il termine terapia non può essere inteso solo nella sua eccezione medica ma visto come “un ‘esperienza che consente ad un soggetto di acquisire un benessere globale” (Sarno,1994). La scelta del temine sorriso non è stata ancora ben chiarita, infatti la clownterapia viene definita in svariati modi come terapia del sorriso, terapia del ridere, comico terapia, ecc…comunque è stato accertato che il sorriso è ottenibile anche nelle situazioni più gravi. La nascita dello studio degli effetti del sorriso e la diffusione della clownterapia è da collocare all’esperienza, di Norman Cousin e Patch Adams.
Norman Cousins “Come la forza della mente può evincere la malattia”
Il giornalista americano Norman Cousins, grazie alla sua inaspettata guarigione, ha confermato come sia possibile guarire grazie all’introduzione nella terapia classica di determinati fattori positivi, come l’assunzione di Vitamina C e la presenza di buon umore. La sua storia di guarigione comincia all’età di dieci anni, quando, per una diagnosi sbagliata, viene indirizzato in una casa di cura per ammalati di tubercolosi.
Successivamente nel 1979 il giornalista si ammalò, nuovamente di una grave forma di spondilite anchilosante, una terribile malattia dei tessuti connettivi delle articolazioni, che lo obbligò totalmente a rimanere immobilizzato in un letto d’ospedale, tra atroci dolori, con una prognosi di pochi mesi di vita. Durante la degenza Norman aveva sentito parlare degli effetti terapeutici del buonumore, delle potenzialità antinfiammatorie della vitamina C e del suo valore coadiuvante del sistema immunitario. Con tenacia riuscì a persuadere il suo medico curante (all’inizio decisamente contrario) a testare “una nuova terapia”.
Eliminarono tutti i farmaci ed iniziarono ad introdurre per via endovenosa massicce dosi di vitamina C (fino a 25 g al giorno) e, soprattutto, si rifugiò nella folle comicità dei fratelli Marx e di vecchi filmati in candid camera. La salute del giovane giornalista Cousins, grazie alla terapia del buonumore migliorò ogni giorno, sempre di più. La sua VES, (velocità di eritrosedimentazione, cioè il livello dell’infiammazione cui era soggetto) si ridusse progressivamente e così la dirigenza dell’ospedale interruppe quella alternativa terapia e lo dimise.
Cousins continuò la sua terapia anche senza il supporto dell’equipe ospedaliera, infatti, dopo alcuni mesi egli riprese a scrivere a macchina e dopo circa un anno era completamente guarito. Grazie al suo percorso terapeutico, Cousins prese coscienza di come «la forza della mente può vincere la malattia» (Cousins, 1982).
Da questa impensata guarigione nacque la “geloterapia” (dal greco ghelos = risata) intesa come “attività del ridere”, come rimedio psicofisico (Fioravanti, 1999). Oggi si parla di approccio gelotologico come di un metodo che rende migliore l’efficienza della struttura ospedaliera, umanizza la comunità presente in essa, migliora il vissuto del personale e dei degenti, previene e cura il burn-out (il termine è stato introdotto in psicologia per la prima volta da Maslach 1982 per indicare una malattia professionale degli operatori d’aiuto) negli operatori socio-sanitari. Questa disciplina relativamente nuova, diventa un ponte tra le varie discipline psicologiche, antropologiche e mediche.
Hunter Doherty Adams: Diffusione del “Pensiero Positivo”.
Un contributo importante alla nascita dello studio del “sorriso” e della sua diffusione come comico-terapia fu dato da un altro grande personaggio quale fu Hunter Doherty Adams, in arte Patch Adams che rappresenta la pietra miliare di una cura innovativa. Questa cura innovativa è assorta alle luci della ribalta mediatica globale, grazie ad una pellicola cinematografica pregna di pathos, quale “Patch Adams”.
Hunter “Patch” Adams decide di diventare un medico quando, durante l’adolescenza, viene ricoverato in una clinica per malattie mentali a causa di una forte depressione. Durante la convalescenza nella clinica conosce Rudy, un ragazzo con problemi psichici e grazie ad un gioco divertente lo aiuta a superare i suoi deliri. Attraverso questo episodio Patch si accorge che aiutare gli altri gli dà gioia ed emozione, decide così di iscriversi alla facoltà di medicina con l’intento e lo scopo di aiutare gli altri in un modo diverso e alternativo rispetto alle tradizionali cure mediche. All’interno dell’università si ritrova ad affrontare un ambiente asettico, dove i medici incoraggiano gli studenti ad avere con i pazienti il distacco emotivo, dove si insegna tutto sulla malattia e poco “sul malato”.
Patch lotta contro queste ideologie, fin quando il suo modo di curare i pazienti viene accettato dagli ordini dei medici. A tal proposito comincia ad esercitare la sua professione con la diffusione della sua filosofia: “Ci sono migliaia di studi, di documenti, di ricerche che dimostrano l’enorme importanza dell’umorismo per la salute. I ricercatori hanno trovato una relazione importante: quando si è allegri nel nostro organismo avvengono delle reazioni chimiche: si produce un aumento di endorfine e di catecolamine e una diminuzione di secrezione del colozolo (il colesterolo cattivo). Ossia la risata è uno stimolante per il sistema immunitario e comporta molti effetti positivi sul cuore e sui polmoni.
In tutto il mondo, ovunque vada, i giornalisti dicono che io affermo che la risata è la medicina migliore. Beh, io dico che L’AMICIZIA è la medicina migliore e penso che la risata sia il contesto ideale per l’amicizia.”.( Adams, 1999) Il “pensiero positivo” di cui è promotore il dottor Adams, influisce sulla diffusione dell’idea dell’ umanizzazione e della sensibilizzazione degli ospedali, di conseguenza ciò comporta la ridefinizione del rapporto tra paziente e staff medico puntando maggiormente su un legame sincero di empatia.
I pazienti , dunque, possono trovare conforto sapendo che “un amico” si sta pretendo cura di lui. Migliorare il rapporto dottore–paziente, consente principalmente al paziente di superare al meglio possibile i momenti bui legati alla patologia. Questo può accadere solo se i soggetti si pongono all’ interno della relazione come partner intimi e rispettosi, tralasciando i ruoli della relazione asimmetrica. L’uguaglianza diventa quindi l’elemento essenziale all’interno di tale relazione (Adams,1999).
La clown terapia come disciplina della creatività, diventa il mezzo per migliorare il rapporto medico paziente e quindi l’intero processo di guarigione. Il messaggio di Adams, presto accolto da molti entusiasti sostenitori, è solo apparentemente semplice. Il principio di fondo, della medicina antroposofica, è quello di rendere più umano l’ambiente ospedaliero e di costruire una nuova immagine di medico che risponda in modo empatico al malato e lo accolga non soltanto come malato ma come persona nella sua globalità psicofisica.
Curare, dunque, significa “prendersi cura” del paziente con ogni mezzo socio-psico-medico: L’arte, la musica, il teatro, il gioco e la comicità sono strumenti utili a strutturare un ambiente ospedaliero che tenda ad un concetto di salute più ampio rispetto a quello restrittivo “dell’assenza di patologie organiche” (Adams, 1998). Il dottor Adams ha dimostrato come la capacità di distrarre la mente dal dolore sia acquisibile da ogni paziente grazie anche al coinvolgimento attivo dei familiari, ai quali è assegnato il compito di proseguire l’indirizzo terapeutico indicato dal “nuovo medico”. (Adams,1999)
Riacquistare la facoltà di provare piacere e di ridere significa non solo desiderare la salute come diritto e non come un optional, ma anche legittimare la ricerca della felicità attraverso una forma socializzante immediata e istintiva. Da diversi anni, la comico-terapia è adottata in molte strutture ospedaliere, dove si curano i pazienti piuttosto che la malattia, perché come afferma Patch Adams: “Se ti occupi di curare la malattia perdi sempre, perché prima o poi tutti muoiono, se invece ti occupi della persona, allora puoi vincere, perché tutti possono aprirsi alla vita”(Adams, 1999).
Il sogno di Patch si concretizza nel 1979 con l’istituzione del “Gesundheit Institute”, la prima struttura ospedaliera, una casa-ospedale, dove le persone malate possono trovare un po’ di serenità e dove tutt’ora si assistono i pazienti piuttosto che la malattia (Adams,1998).
Il sorriso: verso una nuova concezione di salute e benessere psichico
Le scoperte mediche degli ultimi venti anni hanno profondamente modificato il concetto di malattia e di cura. L’approccio alla malattia è oggi, sempre più spesso, un approccio multidisciplinare, centrato sul lavoro e sulla collaborazione di diverse figure professionali.
La medicina sta insomma tentando un approccio differente alla malattia e al paziente, centrato non solo sulla cura dell’organo malato, ma sull’analisi e cura dell’essere umano nella sua totalità (Spinsanti, 2000). L’esperienza clinica e i numerosi dati provenienti da un gran numero di ricerche scientifiche, ci hanno recentemente dimostrato come l’attenzione ai bisogni del malato e l’atteggiamento che esso assume nei confronti della malattia, siano fondamentali nella cura del paziente tanto quanto le terapie farmacologiche, e in questa nuova prospettiva il sorriso e il mantenimento della capacità di sorridere rappresentano l’atteggiamento più salutare (Francescato, 2002).
Che cos’è la risata
La risata viene spesso definita come un comportamento istintivo, programmato dai nostri geni che ci consente, attraverso l’emissione di suoni e attraverso l’assunzione di particolari mimiche facciali, di esprimere dei sentimenti (Provine, 2001). Il riso è un linguaggio misterioso e universale che costituisce una risposta ai diversi comportamenti sociali e linguistici. Cogliere uno spunto divertente o una situazione comica è una capacità umana universale, infatti in tutte le culture gli uomini possono e sanno sorridere.
Eppure, nonostante il sorriso sia un atto così naturale, in alcune epoche storiche questo comportamento è stato spesso svilito se non addirittura condannato (Bergson, 1992). Per secoli il riso è stato ritenuto un argomento non meritevole di attenzione e per questo è stato raramente oggetto di speculazioni filosofiche e di ricerche empiriche. Ciò è derivato in parte dall’idea che occuparsi di ciò che è comico non sia una cosa seria. Per molti ci sono cose così grandi e importanti che possono essere pensate e discusse solo con solennità e formalità rilegando, così facendo, il serio e il faceto in due categorie diverse e ben separate, in cui una esclude automaticamente l’altra (Francescato, 2002).
Se nel passato, anche recente, il comico aveva una cattiva fama, oggi invece gode di una nuova grande popolarità. Il crescente interesse per l’argomento mostrato da una vasta schiera di professionisti (filosofi, psicologi, antropologi etc…), il numero sempre maggiore di pubblicazioni e di ricerche empiriche, e il nuovo interesse mostrato dalla medicina per l’utilizzo del riso come coadiuvante alla cura del paziente, hanno negli ultimi anni profondamente modificato l’approccio e il significato dato al sorriso e a tutto ciò che è comico (Provine, 2001).
L’importanza del sorriso
Il riso, che tra le emozioni positive è forse la più potente, è in grado di stimolare e riattivare tutti i processi fisiologici dell’organismo. Ridere, specialmente nelle situazioni difficili, aiuta a liberare tutta una serie di mediatori e neurotrasmettitori endorfinici che possono capovolgere emozionalmente, e talvolta anche fisiologicamente, la più drammatica delle situazioni (Francescato, 2002).
Numerose ricerche cliniche hanno infatti dimostrato, negli ultimi anni, come una sana risata e un atteggiamento positivo diano origine ad importanti benefici sia sulla salute della psiche che del corpo (Hodgkinson, 1996). Nella medicina moderna la salute viene concepita come il frutto di un’intensa relazione tra l’individuo e il suo ambiente. Esistono fondamentalmente quattro grandi fattori in grado di incidere severamente sulla nostra salute, quali: l’eredità genetica, l’ambiente fisico e psicosociale, lo stile di vita ed infine lo stato dei servizi di assistenza medica offerti dall’ambiente in cui viviamo per la prevenzione e la cura delle malattie (Pulcini, 2000).
Alcune malattie organiche come le malattie psicosomatiche, eventi di vita negativi che possono risultare altamente stressanti, fattori ambientali come l’inquinamento, possono incidere sfavorevolmente sulla nostra salute. Tali stimoli, esterni ed interni al nostro organismo, vengono percepiti dal nostro sistema nervoso, che risponde attraverso l’attivazione di specifici ormoni che regolano il sistema immunitario.
Qualora le reazioni innescate dal nostro sistema immunitario si rilevano inadeguate, allora si può verificare lo sviluppo della malattia (Francescato, 2002). Ma accanto ai così detti STRESSORS AMBIENTALI esistono anche i MELIORS, che consistono nell’insieme di tutte quelle opportunità sociali e personali che ci consentono di sentirci meglio.
Se non ancora definitivamente provato, l’uso attivo di un atteggiamento umoristico nell’affrontare gli stress, il ridere, migliorare e incrementare le occasioni individuali e collettive di risata, potrebbero incidere positivamente sulla nostra capacità di far fronte agli stressors ed inoltre in maniera altrettanto positiva sull’andamento della nostra salute in senso globale (Provine, 2001).
Gli effetti benefici del sorriso
Gli effetti psicologici e biologici del riso sono tutti positivi. Il riso è un esercizio muscolare e respiratorio che permette un fenomeno di purificazione e liberazione delle vie respiratorie superiori. L’aumento degli scambi polmonari tende a far abbassare il tasso di grasso contenuto nel nostro sangue, inoltre la risata accelera i ritmi del cuore e della respirazione, mentre diminuisce la tensione arteriosa e i muscoli si rilassano (Fry, 1994). William Fry, uno degli studiosi più illustri della biologia del riso, con le sue ricerche, ha dimostrato che l’impatto generale del riso è quello di stimolare e successivamente rilassare l’apparato respiratorio, muscolare, cardiovascolare, i sistemi endocrini e quello centrale e periferico (Fry, 1988).
Ha inoltre dimostrato come dopo la risata permane un certo periodo di animazione psicologica e sociale che si manifesta attraverso ulteriori episodi di euforia, di humor e di risata. Ridere calma il dolore in quanto distrae da esso e quando si ripresenta non ha più la stessa intensità. Ridere è il primo passo verso uno stato di ottimismo che contribuisce a donare gioia di vivere e quindi può anche assumere delle proprietà antidepressive (Fry, 1987). Ridere sembrerebbe dunque aiutare il nostro corpo e la nostra mente ad affrontare situazioni di crisi dovute a piccoli guai quotidiani, ma in taluni casi può risultare un coadiuvante importante per il superamento di crisi estreme.
Guarire ridendo
Che il ridere può diventare un’importante strumento terapeutico è ormai una realtà consolidata da esperienze compiute un po’ ovunque nel mondo. Tuttavia fino a quarant’anni fa “l’idea che ridere o altre emozioni positive potevano avere benefici sulla salute era considerata ridicola negli ambienti medici, ora invece al contrario la moda è di attribuire proprietà curative e salvifiche al riso” (Fry e Salameh, 1987, p.10). Oggi è nata addirittura in America un’associazione per l’umorismo terapeutico e sono inoltre nate diverse riviste, siti internet, librerie specializzate in umorismo, e infine in molti ospedali si organizzano corsi di risoterapia a uso del personale interno (Francescato, 2002).
I presupposti teorici di quella che negli Usa viene chiamata GELOTOLOGIA, meglio identificata in Italia con il termine COMICOTERAPIA, sono quelli derivanti da una serie di scoperte effettuate nella psiconeuroendocrinoimmunologia, che hanno dimostrato come le emozioni positive possono nell’ammalato accelerare la guarigione, migliorare i decorsi e i vissuti ospedalieri, motivare il sé alla guarigione, e favorire lo sviluppo di una nuova vitalità (Hodgkinson, 1996).
Avere un’estrema fiducia nelle proprie capacità autocurative, mantenere il controllo e non farsi prendere dal panico di fronte ad una pericolosa malattia, condividere la responsabilità della terapia con i medici e infine concentrare la propria mente su pensieri e progetti differenti da quelli imposti dalla malattia, sono tutti elementi che possono dimostrarsi importanti per un’eventuale guarigione, agendo in un certo senso come elementi scatenanti un effetto placebo (Cousins, 1982).
Tale rinnovata fiducia nel potere “salvifico” del riso fu poi successivamente ulteriormente rafforzata dalle successive ricerche effettuate sulla possibile relazione tra mente e corpo e sulle malattie psicosomatiche (Francescato, 2002). Queste ricerche iniziarono in seguito alla scoperta che eventi stressanti, ansia e rabbia hanno un effetto negativo sulla salute del sistema cardiocircolatorio, e così si presuppose che potesse esserci una relazione assolutamente opposta legata invece ad eventi felici e alla capacità di sorridere.
Infine, altre ricerche riuscirono a trovare un’interazione fra tratti di personalità, come la propensione naturale al ridere, e l’innalzamento della soglia del dolore (Cogan, 1987). I dati provenienti da tali ricerche evidenziarono come l’atto del ridere o anche semplicemente guardare o partecipare ad eventi dai contenuti comici, riescano ad innalzare la soglia del dolore, confermando così l’intuizione precedente di un effetto analgesico del sorriso.
Ciò avviene poiché lo humor permette di affrontare in maniera più attiva lo stress e di vedere nelle situazioni maggiori alternative, e inoltre il ridere potrebbe anche influenzare positivamente la sfera cognitiva del nostro cervello ottenendo un effetto analgesico naturale al dolore. In conclusione l’introduzione della clownterapia rappresenta uno degli strumenti utili al fine di umanizzare il contesto ospedaliero.
Obiettivo principale della clownterapia, raggiunto prevalentemente tramite attività ludico-teatrali, è attenuare i vissuti emotivi e psicologici che si possono presentare durante il periodo di ricovero del paziente. Questo traguardo viene raggiunto dallo specialista spostando l’attenzione dalla patologia del degente (quindi alla sua “parte malata”) al benessere dell’individuo nella sua totalità indipendentemente dalla malattia che lo affligge.
Dott.ssa Russotto Cristina Maria
Psicologa/psicoterapeuta
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