Il Dott. Francesco Di Clemente – Direttore UOSD Oncologia Medica presso gli Ospedali Riuniti della Valdichiana Senese, Azienda USL Toscana sudest – ci illustra l’importanza di un modello multidimensionale nella gestione del paziente oncologico
Continua il viaggio di approfondimento di Conoscere l’Oncologia, il format di Italian Medical News dedicato alla divulgazione oncologica. In questa puntata, affrontiamo un tema centrale nella cura del paziente oncologico: l’approccio comprensivo. Per esplorare questa strategia di cura multidimensionale, abbiamo intervistato il Dott. Francesco Di Clemente – Direttore UOSD Oncologia Medica presso gli Ospedali Riuniti della Valdichiana Senese, Azienda USL Toscana sudest – che ci ha spiegato come il modello comprensivo metta al centro non solo la malattia, ma l’intera persona, garantendo un’attenzione particolare agli aspetti clinici, fisici, emotivi e sociali dei pazienti.
L’approccio comprensivo in linee generali
Che cosa si intende per approccio comprensivo, in particolare per quanto riguarda il paziente oncologico?
“L’approccio comprensivo al paziente oncologico rappresenta un modello di cura che va oltre la gestione della malattia, abbracciando la totalità della persona. Questo significa considerare, oltre agli aspetti clinici, anche le esigenze fisiche, nutrizionali, psicologiche, sociali e spirituali del paziente. Tale approccio, noto oggi come umanizzazione delle cure, si basa su una visione olistica che punta non solo a curare il corpo, ma anche la mente e lo spirito. Un elemento chiave di questo modello è la presa in carico del paziente da parte di un team multidisciplinare, che include oncologi, chirurghi, radioterapisti e altre figure specialistiche fondamentali. Tra queste, fisioterapisti, psicologi, nutrizionisti, geriatri (in caso di pazienti anziani) e medici specializzati nelle cure palliative giocano un ruolo cruciale. Questa rete integrata di competenze garantisce un trattamento personalizzato, centrato sul paziente e sulle sue esigenze specifiche”.
“In questo contesto, il paziente assume un ruolo attivo e partecipativo, superando il tradizionale modello paternalistico. In passato, il rapporto medico-paziente era prevalentemente unidirezionale: il medico dettava le linee guida e il paziente le seguiva in modo passivo. Oggi, invece, il paziente è informato, consapevole e desideroso di partecipare al processo decisionale, sia diagnostico che terapeutico. Questo cambiamento riflette il passaggio dal modello biochimico, in cui il paziente era visto come una ‘macchina da riparare’, al modello biopsicosociale, che integra aspetti psicologici, sociali e relazionali nella gestione clinica”.
“Un ruolo essenziale in questo approccio è rivestito dal case manager, spesso identificato con il personale infermieristico. Il case manager ha due funzioni principali. La prima è organizzare e coordinare il team multidisciplinare, convocando le varie figure professionali coinvolte e fornendo loro una scheda dettagliata sul caso del paziente. Ciò consente a ogni specialista di arrivare preparato agli incontri e di contribuire in modo mirato alla gestione del caso. La seconda, forse ancora più rilevante, è quella di accompagnare il paziente e i caregiver lungo tutto il percorso di cura, dalla diagnosi alle varie fasi della malattia oncologica. Questa figura diventa un punto di riferimento stabile, garantendo continuità e supporto sia clinico che umano”.
“In sintesi, l’approccio comprensivo al paziente oncologico non è solo una strategia terapeutica, ma un vero e proprio paradigma di umanizzazione della cura, in cui ogni aspetto della persona viene valorizzato per migliorare la qualità della vita e l’efficacia del trattamento”.
La fondamentale figura dello psicologo
Qual è l’importanza del supporto psicologico per I pazienti e come viene coordinato con le terapie oncologiche tradizionali?
“La figura dello psicologo è fondamentale, non solo come parte integrante del team multidisciplinare, ma come presenza imprescindibile all’interno di un reparto di oncologia. Questo perché il cancro rappresenta una sfida non solo fisica, ma anche emotiva e psicologica. La diagnosi e i trattamenti, spesso invasivi, generano ansie, preoccupazioni e incertezze sul futuro. Le possibili conseguenze sulla qualità della vita aggravano ulteriormente i sentimenti di paura e smarrimento che ogni paziente oncologico si trova inevitabilmente ad affrontare. Questo impatto psicologico negativo non influenza solo il percorso diagnostico, ma può compromettere anche quello terapeutico, arrivando in alcuni casi a ostacolare il trattamento stesso”.
“La malattia oncologica non colpisce solo il paziente, ma ha ripercussioni profonde sull’intera famiglia. È una condizione che si estende ai caregiver, i quali spesso vivono un impatto psicologico significativo definito come il ‘peso del caregiving’. Questo crea un circolo vizioso: le difficoltà del paziente influenzano i familiari, e viceversa. Oggi sappiamo che i familiari possono sviluppare ansie e paure simili a quelle del paziente, accompagnate da sensi di colpa per la percezione di non fare abbastanza”.
“Questo può alterare la dinamica familiare, causando stress emotivo e burnout nei caregiver, i quali possono non essere più in grado di gestire il carico emotivo. La famiglia rischia anche un isolamento sociale, spesso scelto per proteggere la persona malata, ma che elimina i contatti con amici e parenti. Inoltre, possono emergere difficoltà economiche, soprattutto se il malato aveva un ruolo centrale nel reddito familiare o se il caregiver deve ridurre la propria attività lavorativa per assisterlo”.
“La psico-oncologia, oggi riconosciuta come una specializzazione a sé stante, riveste un ruolo cruciale. Nella nostra unità operativa abbiamo la fortuna di contare su due psico-oncologi, il che ci permette di gestire in modo specifico sia il paziente sia i caregiver. Quando entrambi necessitano di supporto psicologico, queste due figure si dividono i compiti, evitando sovrapposizioni che potrebbero risultare controproducenti. Il lavoro dello psico-oncologo inizia con una valutazione iniziale: un incontro con il paziente durante il quale, grazie alla conoscenza della situazione sanitaria e relazionale, vengono pianificati gli interventi successivi. Questi possono essere individuali, di gruppo o familiari, in base alle esigenze specifiche”.
“Non va dimenticato il ruolo dello psicologo nel supporto agli operatori sanitari che, lavorando quotidianamente in oncologia, sono esposti a situazioni di forte stress e pressione emotiva. Per prevenire il burnout, nella nostra struttura organizziamo periodicamente incontri e gruppi di lavoro dedicati al personale. In queste sessioni, ogni operatore ha l’opportunità di condividere esperienze difficili, come la gestione di pazienti particolarmente complessi, e di affrontare insieme il peso psicologico del proprio lavoro. Questi interventi collettivi, basati su una terapia di gruppo, aiutano a ridurre lo stress accumulato e a mantenere un equilibrio emotivo, fondamentale per garantire un’assistenza di qualità”.
L’importanza del supporto nutrizionale
Quanto è importante il supporto nutrizionale nel paziente oncologico?
“Il supporto nutrizionale rappresenta un aspetto fondamentale nella cura del paziente oncologico, poiché il cancro e i suoi trattamenti influenzano profondamente lo stato nutrizionale e metabolico del paziente. Numerosi studi, sia a livello internazionale che nazionale, hanno evidenziato la prevalenza della malnutrizione o del rischio di malnutrizione fin dal momento della diagnosi di tumore”.
“Uno studio multicentrico nazionale del 2017, coordinato dal Professor Muscaritoli di Roma e pubblicato su Oncotarget, ha coinvolto diverse centinaia di pazienti e ha evidenziato che il rischio di malnutrizione nei pazienti oncologici varia dal 40% all’80%. È ormai noto che un paziente già malnutrito o a rischio di malnutrizione al momento della diagnosi tollera peggio i trattamenti successivi, diventando più fragile e predisposto a complicanze”.
“I pazienti malnutriti sviluppano più frequentemente infezioni, complicanze post-chirurgiche e difficoltà legate ai trattamenti radioterapici e chemioterapici. Inoltre, la malnutrizione influisce negativamente sulla qualità della vita e peggiora gli esiti clinici. Studi recenti dimostrano che i pazienti con un buono stato nutrizionale tollerano meglio i trattamenti e ottengono un outcome migliore, inclusa una maggiore sopravvivenza rispetto ai pazienti malnutriti”.
“Un tempo, l’approccio nutrizionale veniva riservato ai pazienti in stadio avanzato o terminale, con risultati spesso limitati. Oggi, invece, è chiaro che una valutazione e un intervento nutrizionale tempestivi possono migliorare significativamente il percorso terapeutico e la qualità della vita del paziente oncologico. Presso la nostra unità operativa, da anni adottiamo un percorso dedicato alla gestione della malnutrizione nei pazienti oncologici. Questo modello, recentemente recepito a livello regionale in Toscana tramite un Percorso Diagnostico-Terapeutico Assistenziale (PDTA), prevede l’utilizzo di un test di screening per la malnutrizione”.
“Tutti i pazienti con diagnosi di tumore che accedono al nostro reparto vengono sottoposti a un test di screening chiamato Malnutrition Universal Screening Tool (MUST). Questo test, integrato nelle valutazioni infermieristiche, assegna uno score che guida gli interventi successivi:
- Score 0: Il paziente non è malnutrito né a rischio di malnutrizione. In questo caso, viene inserito in un programma di follow-up per un monitoraggio periodico.
- Score 1: Il paziente viene indirizzato a un counseling dietetico con un dietista, che fornisce indicazioni alimentari personalizzate e, se necessario, prescrive alimenti a fini medici speciali.
- Score 2: Il paziente viene sottoposto a una valutazione approfondita e, se necessario, a un supporto nutrizionale parenterale.
Questo approccio integrato, basato su una valutazione precoce e su interventi mirati, rappresenta un importante passo avanti nella cura del paziente oncologico, migliorando non solo la tolleranza ai trattamenti ma anche gli esiti clinici complessivi”.
Lo scopo dell’approccio comprensivo
Perfetto Dottore. Per chiudere il discorso, può dirci quali sono dunque gli obiettivi principali di un approccio comprensivo nel contesto oncologico?
“L’obiettivo primario rimane senza dubbio quello di curare la malattia attraverso interventi medici, chirurgici o radioterapici. Tuttavia, in un approccio comprensivo, è essenziale considerare il paziente nella sua interezza, con particolare attenzione alla qualità della vita. Garantire che il paziente affronti ogni fase della malattia con la massima serenità possibile richiede un impegno costante per promuovere un rapporto positivo tra il paziente e l’intero team sanitario, superando il tradizionale concetto di rapporto medico-paziente”.
“Ogni operatore sanitario che interagisce con un paziente oncologico svolge un ruolo cruciale per far sì che il paziente si senta supportato, informato e pienamente coinvolto nel percorso di cura. Questo approccio si traduce nel cosiddetto Patient Empowerment, un processo che permette al paziente di partecipare attivamente alle decisioni riguardanti la propria salute. I dati dimostrano che questo modello non solo migliora la qualità della vita, ma favorisce anche una gestione ottimale della malattia”.
“Adottare un atteggiamento attivo e collaborativo consente al paziente di affrontare la malattia in modo più positivo, riducendo il rischio di depressione, nota per essere uno dei più potenti immunosoppressori. Una mentalità di ‘combattente’, sostenuta da un clima di fiducia con il personale sanitario, rappresenta un vantaggio significativo per il successo terapeutico. La centralità degli aspetti relazionali si riflette anche nell’organizzazione di eventi extraclinici, come visite a musei, scavi archeologici o concerti, che coinvolgono pazienti, caregiver e operatori sanitari. Questi momenti favoriscono una relazione umana più profonda e collaborativa, creando un clima che può rendere meno gravoso il lavoro quotidiano in ospedale”.
“Un altro pilastro dell’approccio comprensivo è l’integrazione delle cure palliative sin dalle prime fasi del percorso terapeutico. In passato, il passaggio dalle cure oncologiche a quelle palliative era vissuto come un trauma psicologico per il paziente, segnando una netta separazione tra la fase di cura e quella terminale. Oggi, invece, si promuove il concetto di ‘cure palliative precoci’, che elimina questa dicotomia e introduce un continuum graduale. In questa nuova visione, oncologi e palliativisti lavorano insieme sin dall’inizio, con un’attenzione progressiva ai sintomi, al dolore e alle tossicità, spesso con interventi a domicilio. Man mano che la malattia progredisce, l’equilibrio si sposta gradualmente dalle cure oncologiche a quelle palliative, consentendo al paziente di essere seguito da un team multidisciplinare che ha già costruito con lui un rapporto di fiducia”.
“Questo modello integrato garantisce non solo il massimo delle cure, ma anche il rispetto della dignità del paziente oncologico, accompagnandolo con umanità e professionalità in ogni fase della malattia”.
Un omaggio al Professor Veronesi
Perfetto dottore, se vuole aggiungere una conclusione finale, una considerazione finale un commento finale?
“Vorrei concludere ricordando che quest’anno celebreremo il centenario della nascita del Professor Umberto Veronesi, una personalità straordinaria per la sua visione lungimirante e innovativa. Tra le molte eredità che ci ha lasciato, vi è una frase che racchiude perfettamente il suo approccio: di fronte a una donna con un tumore al seno, Veronesi era solito dire che il vero problema non era solo rimuovere il tumore dal seno, ma soprattutto rimuoverlo dalla mente della paziente. Questa prospettiva sottolinea quanto fosse avanti nel concepire una medicina che guarda oltre la malattia, ponendo al centro la persona e il suo benessere complessivo”.
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