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I rapporti sociali riducono il rischio di demenza

Tempo di lettura: 2 minuti

Lo indica uno studio dell’University of New South Wales a Sidney. Secondo la ricerca in questione, quel che conta per allungare la vita è essere impegnati nella comunità



Essere coniugati o in una relazione amorosa non necessariamente riduce il rischio di demenza. Invece, si dimostra di beneficio avere una persona con cui confidarsi apertamente. È quanto emerge da uno studio dell’University of New South Wales di Sidney, secondo il quale è fondamentale essere impegnati nella comunità per allungare la vita. Era già riconosciuta l’importanza delle relazioni non solo per la salute emotiva, ma anche per la salute fisica del cervello. Tuttavia, non era chiaro se il tipo di relazione facesse differenza e quale livello di interazione fosse necessario per dare beneficio.

I ricercatori dello studio in questione, pubblicato sul Journal of The Alzheimer Association, hanno condotto una meta-analisi di 13 studi longitudinali da diversi Paesi nel mondo. Sono stati esaminati i dati di oltre 39.000 persone di età da 65 anni in su. In particolare, gli esperti hanno tenuto conto del tipo di relazione di cui i soggetti coinvolti erano parte: se questa offriva solo supporto sociale generale o qualcosa in più e con che frequenza avvenivano le connessioni. È emerso che incontrare amici o familiari almeno una volta al mese poteva ridurre fino a metà il rischio di demenza. Particolarmente importante il tipo di relazione.

“Avere una persona con cui confidarsi è emerso un fattore molto potente per ridurre il rischio di demenza – scrive il principale autore dello studio, Suraj Samtani, psicologo clinico e ricercatore del ‘Centro per un sano invecchiamento’ dell’University of New South Wales. Non conta solo con che frequenza ci si incontra – ha aggiunto – ma anche e soprattutto se alla persona con cui ci si relaziona si possa aprire il proprio cuore. Confidarsi è fondamentale se vogliamo evitare di soffrire di Alzheimer o altre malattie neurologiche che coinvolgono la demenza”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

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