Italian Medical News

Nuovo farmaco efficace contro l’ipertensione resistente

Tempo di lettura: 5 minuti

Il farmaco baxdrostat è in grado di ridurre in maniera significativa e duratura la pressione arteriosa nei pazienti con ipertensione non controllata o resistente al trattamento. Ecco i risultati dello studio di fase 3 BaxHtn, presentati all’Esc 2025

Nei pazienti con ipertensione arteriosa non controllata o resistente, l’aggiunta di baxdrostat alla terapia standard, rispetto al placebo, ha determinato una riduzione statisticamente significativa e clinicamente rilevante della pressione arteriosa sistolica media in posizione seduta, già dopo 12 settimane di trattamento. L’efficacia è stata osservata con entrambi i dosaggi testati, 1 mg e 2 mg. Questi risultati provengono dallo studio di fase 3 BaxHtn, presentato durante una Hot Line Session nel corso del Congresso della European Society of Cardiology (ESC) 2025, che si è svolto a Madrid, e pubblicati contestualmente sul prestigioso New England Journal of Medicine.

Nello studio – come informa una nota di Astra Zeneca – baxdrostat ha raggiunto l’endpoint primario e tutti gli endpoint secondari, garantendo una riduzione significativa e duratura della pressione arteriosa nei pazienti con ipertensione non controllata o resistente al trattamento. Alla settimana 12 la riduzione assoluta, rispetto al basale, della pressione arteriosa sistolica media in posizione seduta è stata di 15,7 mmHg (intervallo di confidenza Ic 95%, -17,6 a -13,7) con una riduzione normalizzata per placebo di 9,8 mmHg (Ic 95%, -12,6 a -7,0; p<0,001) al dosaggio di 2 mg. Per la dose di 1 mg la riduzione assoluta rispetto al basale è stata di 14,5 mmHg (Ic 95%, -16,5 a -12,5) e quella normalizzata per placebo di 8,7 mmHg (Ic 95%, -11,5 a -5,8; p<0,001).

Nel gruppo placebo, è stata osservata una riduzione della pressione arteriosa sistolica media in posizione seduta rispetto al basale di 5,8 mmHg (Ic 95%, -7,9 a -3,8). I risultati sono stati coerenti sia nei sottogruppi di pazienti con ipertensione non controllata, sia in quelli di pazienti con ipertensione resistente al trattamento. Il farmaco ha mostrato una buona tollerabilità, senza evidenziare problematiche di sicurezza inattese e con un basso tasso di iperkaliemia confermata (>6 mmol/L), pari all’1,1% per entrambi i gruppi di trattamento, a fronte dello 0,0% nel gruppo placebo.

Il profilo di sicurezza di baxdrostat è risultato in linea con il suo meccanismo d’azione, con la maggior parte degli eventi avversi di entità lieve. Lo studio ha raggiunto anche tutti gli endpoint secondari confermativi, tra cui una riduzione sostenuta della pressione arteriosa con baxdrostat alla dose di 2 mg. Entrambi i dosaggi, 2 mg e 1 mg, hanno inoltre determinato una maggiore riduzione della pressione diastolica e quasi triplicato la probabilità di raggiungere l’obiettivo di una pressione sistolica <130 mmHg rispetto al placebo.

In un’analisi esplorativa prespecificata condotta su un sottogruppo di pazienti, baxdrostat ha dimostrato una riduzione significativa della pressione arteriosa sistolica rispetto al placebo, sia nel monitoraggio dinamico delle 24 ore sia, in particolare, durante le ore notturne. Questi parametri rappresentano indicatori chiave di un controllo prolungato della pressione arteriosa e di una diminuzione del rischio cardiovascolare. Alla dose di 2 mg, baxdrostat ha determinato una riduzione della pressione sistolica media nelle 24 ore pari a 16,9 mmHg (IC 95%, -25,6 a -8,3). Considerando insieme i due dosaggi, 2 mg e 1 mg, è stata osservata una riduzione della pressione sistolica notturna di 11,7 mmHg (IC 95%, -19,5 a -3,8).

I risultati dello studio di fase 3 Bax24, progettato per valutare in maniera specifica gli effetti sul monitoraggio pressorio delle 24 ore, sono attesi entro la fine dell’anno.

Le parole degli esperti

“I risultati del trial BaxHtn, al quale anche l’Istituto Auxologico di Milano ha partecipato, rappresentano un vero progresso per una popolazione che ha ancora un importante unmet medical need” – commenta Gianfranco Parati, professore onorario di Medicina cardiovascolare, università degli Studi Milano-Bicocca, direttore scientifico dell’Istituto Auxologico italiano Irccs Milano e presidente della World Hypertension League. “Nonostante la politerapia – prosegue – molti pazienti ipertesi non riescono a raggiungere i target pressori raccomandati dalle linee guida e restano esposti a un rischio significativo di eventi cardiovascolari e renali”.

“Lo studio BaxHtnaggiunge Paratiha raggiunto l’endpoint primario e tutti gli endpoint secondari evidenziando come baxdrostat, in aggiunta alla terapia standard, determini una significativa e sostenuta riduzione della pressione arteriosa sistolica, fino a 15,7 mmHg rispetto al basale, offrendo una risposta terapeutica di elevata rilevanza clinica in una popolazione ampia e rappresentativa di pazienti non controllati o resistenti. Raggiungere una riduzione di pressione di tale entità – sottolinea lo specialista – si associa a un rischio significativamente inferiore di infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattia renale. Grazie a questa nuova strategia terapeutica, un numero sempre maggiore di pazienti potrà raggiungere un controllo pressorio ottimale, con un impatto concreto sugli esiti clinici a lungo termine per milioni di persone“.

Aggiunge Bryan Williams, Chair of Medicine presso University College London e Principal Investigator dello studio BaxHtn: “Raggiungere una riduzione di quasi 10 mmHg della pressione arteriosa sistolica con baxdrostat, nello studio, rappresenta un risultato davvero significativo, considerato che questo livello di riduzione è associato a un rischio significativamente inferiore di infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattia renale. Questi dati evidenziano come l’aldosterone, nell’ipertensione non controllata o resistente al trattamento, giochi un ruolo più rilevante rispetto a quanto precedentemente riconosciuto, sottolineando l’importanza del meccanismo d’azione innovativo di baxdrostat e il suo potenziale impatto per milioni di persone che vivono con ipertensione non controllata o resistente al trattamento, nonostante la terapia con multipli farmaci ipertensivi”.

Per Sharon Barr, Executive Vice President, BioPharmaceuticals R&D, AstraZeneca, “i risultati dello studio dimostrano il potenziale di baxdrostat nel rispondere a una delle sfide più importanti in ambito cardiovascolare, ossia l’ipertensione difficile da controllare nonostante terapie multiple. Nei prossimi mesi – evidenzia – intendiamo proseguire l’iter di sottomissione regolatoria di baxdrostat alle autorità regolatorie, parallelamente al rapido avanzamento di un robusto programma di sviluppo clinico nelle indicazioni in cui l’aldosterone svolge un ruolo chiave, incluse la prevenzione della malattia renale cronica e dello scompenso cardiaco”.

Oltre un miliardo di persone vive con l’ipertensione

Secondo la nota, a livello globale 1,3 miliardi di persone convivono con l’ipertensione, una condizione che interessa circa il 30% della popolazione italiana. Crescenti evidenze scientifiche indicano che la disregolazione dell’aldosterone rappresenta uno dei principali meccanismi biologici alla base di questa patologia, contribuendo ad aumentare il rischio sia cardiovascolare sia renale. Una recente metanalisi ha evidenziato che una riduzione di soli 10 mmHg della pressione arteriosa sistolica è associata a una diminuzione di circa il 20% del rischio di eventi cardiovascolari maggiori, evidenziando l’urgenza di terapie innovative capaci di agire sui meccanismi biologici che determinano l’ipertensione.

Baxdrostat è un inibitore altamente selettivo dell’aldosterone sintasi (ASi) e rappresenta un potenziale first-in-class, poiché agisce direttamente sulla sintesi dell’aldosterone, ormone coinvolto sia nell’aumento della pressione arteriosa sia nella crescita del rischio cardiovascolare e renale. Attualmente, il farmaco è in fase di valutazione in diversi trial clinici internazionali, che complessivamente coinvolgono oltre 20.000 pazienti, con studi che lo esplorano sia come trattamento singolo sia in associazione ad altre terapie per l’ipertensione arteriosa e l’aldosteronismo primario, nonché in combinazione con dapagliflozin per la malattia renale cronica e la prevenzione dello scompenso cardiaco in pazienti ipertesi ad alto rischio.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

Potrebbe interessare anche Scoperto nuovo legame tra sistema immunitario e ipertensione

ipertensione

Condividi:
ISCRIVITI Subito ALLA NEWSLETTER
non perderti le news!