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Il tumore del colon-retto spiegato dal Dott. Domenico Azzarello

Tempo di lettura: 4 minuti

Proseguono gli approfondimenti del format ‘Conoscere l’Oncologia’. Questa volta, insieme all’esperto dottore Domenico Azzarello, trattiamo di tumore del colon-retto.

‘Conoscere l’Oncologia’ è il nuovo format di Italian Medical News dedicato agli approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. L’appuntamento di quest’oggi è dedicato al tumore del colon-retto, patologia oncologica che rappresenta il 10% di tutti i tumori diagnosticati nel mondo, oltre ad essere la seconda più frequente tra i maschi (12%) dopo il tumore della prostata, e tra le femmine (11,2%) dopo il cancro della mammella. (Dati AIOM-AIRTUM 2021). 

Per saperne di più la redazione di Italian Medical News ha intervistato il Dott. Domenico Azzarello, Medico Oncologo e Responsabile del GOM dei Tumori Gastroenterici del Grande Ospedale Metropolitano ‘B-M-M’ di Reggio Calabria.

Una neoplasia che si sviluppa lentamente

Dottore, per cominciare, può spiegarci sinteticamente in cosa consiste il tumore al colon-retto?

“Il tumore del colon-retto è una neoplasia maligna che si sviluppa a causa della poliferazione incontrollata delle cellule epiteliali, della mucosa di rivestimento e della parete interna dell’intestino stesso. Dal punto di vista fisiopatologico il tumore del colon-retto è una neoplasia che si sviluppa molto lentamente, in un arco di tempo che mediamente si aggira intorno ai 10 anni. Questa neoplasia si definisce invece paucisintomatica quando presenta delle metastasi a distanza”.

“Dal lato eziopatogenetico ci sono delle mutazioni genetiche in cui viene coinvolto e alterato il gene APC, gene presente nella mucosa intestinale. Tale mutazione del gene APC comporta innanzitutto la iperplasia dell’epitelio, poi si passa all’ipoventilazione del DNA e si forma il cosiddetto adenoma; siamo ancora in una fase precoce. Successivamente l’adenoma, in seguito ad ulteriori mutazioni, vede coinvolto il gene Ras, e passa dall’essere precoce a gigante, manifestandosi. In questa fase l’adenoma è identificabile tramite esami strumentali. Iin seguito ad ulteriori mutazioni che coinvolgono in primis la proteina p53, l’adenoma si trasforma ancora, diventando a tutti gli effetti un carcinoma. Ancora, in caso di ulteriori mutazioni, il carcinoma può diventare metastatico”. 

“Parliamo di una neoplasia molto rara sotto i 40 anni, mentre ha una maggiore incidenza in un’età compresa tra i 60 e i 75 anni. Ad oggi possiamo affermare che sia l’incidenza quanto la mortalità di questa neoplasia sono in forte calo: la prima perché grazie ai programmi di screening, quindi di diagnosi precoce, si va a individuare quelle mutazioni di cui ho parlato prima, fattore che permette di prendere in tempo una neoplasia; la seconda, la mortalità, si è ridotta (oltre per il prezioso aiuto delle diagnosi precoci) grazie al miglioramento sia delle tecniche chirurgiche che delle terapie farmacologiche. Il tumore del colon si manifesta nel 90% dei casi in forma sporadica mentre nel 10% in forme ereditarie”. 

Differenze tra colon e retto

Chiarissimo dottore. In termini oncologici quando parliamo di tumore al colon includiamo a prescindere anche il retto, o esistono delle differenze?

“Dal punto di vista istopatologico non esiste nessuna differenza. Ma, dal punto di vista di localizzazione anatomica ci sono profonde differenze in quanto il retto non è mobile rispetto al colon ma è racchiuso nel cosiddetto mesoretto. Quest’ultimo è un involucro di fasci fibrovascolari e nervosi che imbriglia il retto. In altre parole, il retto si trova al di fuori del peritoneo, ed è una parte dell’intestino extraepiteliale. Cosa significa questo? Significa che l’approccio terapeutico cambia radicalmente rispetto al tumore del colon. Un approccio che è dunque specifico per il tumore del retto. Questo perché se nel caso di neoplasia al colon lo specialista attua un approccio chirurgico, nel caso del retto si attuano invece trattamenti completamente diversi. Trattamenti come la radio-chemioterapia. Lo si fa innanzitutto per ridurre al massimo il carico di malattia in modo da poter operare in maniera migliore possibile”.

Campanelli di allarme e soggetti a rischio

Quali sono invece i campanelli di allarme relativi al tumore al colon?

“Come detto in precedenza, parliamo di un tumore paucisintomatico nelle fasi iniziali. C’è dunque bisogno di molto tempo prima che si sviluppi: generalmente 10 anni. In ogni caso tra i sintomi più eclatanti posso menzionare innanzitutto la presenza di sangue nelle feci, ovvero il campanello d’allarme per eccellenza del tumore al colon. Poi, possono esserci altri sintomi come il dolore addominale, il tenesmo, alterazione dell’alvo ma anche l’anemia sideropenica. Bisogna tener conto anche che i sintomi dipendono soprattutto dalla localizzazione del tumore”.

Chi sono i soggetti maggiormente a rischio?

“Possiamo dire che il tumore del colon retto è tipico delle società industrializzate. Perché bisogna tener conto di una componente esogena. Questa è caratterizzata dagli stili di vita e trova un’alta incidenza nei paesi industrializzati. Quei paesi in cui l’alimentazione è squilibrata, ricca di acidi grassi, di zuccheri raffinati, povera di scorie e di fibre. Allo stesso tempo spesso ciò coincide in soggetti che praticano una vita sedentaria e/o obesi. Sono tutti fattori predisponenti all’insorgenza della neoplasia di colon-retto”.

L’impatto delle terapie personalizzate

Negli ultimi anni sono cambiati gli approcci terapeutici di questa tipologia di tumore. Può dirci perché?

“Lo scenario che riguarda il trattamento del tumore del colon-retto è radicalmente cambiato negli ultimi 10 anni. Se prima la chemioterapia era standard per tutte le tipologie di pazienti, oggi si parla di terapie personalizzate. Ormai nessun oncologo indirizzerebbe un paziente metastatico a sottoporsi subito ad una chemioterapia prima di aver analizzato l’assetto biomolecolare del tumore stesso. Ricordiamo, infatti, che ogni singolo tumore ha delle proprie caratteristiche. Dunque oggi, si adattano le cosiddette target therapy: questo significa che ci sono alcuni geni (come il gene Ras) che devono essere analizzati prima di iniziare l’eventuale trattamento chemioterapico e biologico. Questo perché se un oncologo si trovasse dinanzi a mutazioni di questi geni, deve assolutamente personalizzare il trattamento attraverso farmaci biologici misti a chemioterapia”.

“Abbiamo due categorie di farmaci biologici: gli anti-EGFR che sono farmaci che agiscono bloccando la funzione del recettore del fattore di crescita epidermoidale (un esempio è cetuximab) e i farmaci anti-VEGF che sono invece contro i fattori di crescita dell’endotelio vasale (un esempio è bevacizumab). Bisogna quindi sempre effettuare terapie mirate”.

“Infine, negli ultimi anni e negli ultimi convegni si parla sempre di più di immunoterapia. Anche nel colon-retto sono stati fatti degli studi che hanno evidenziato come l’instabilità micro-satellitare può essere utilizzata come volano per poter adoperare l’immunoterapia. Infatti nel 4-5% dei casi, il paziente affetto da tumore del colon-retto presenta un’instabilità micro-satellitare. Questo setting di pazienti, anche se minimo, può giovarsi dell’immunoterapia. Sicuramente l’immunoterapia ancora deve svilupparsi maggiormente, ma anche nel tumore del colon-retto si stanno aprendo nuovi scenari che fanno assolutamente ben sperare”.

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