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Focus sul cancro alla prostata – Intervista al Dott. Fornarini

Tempo di lettura: 5 minuti

Nuova puntata di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Questa volta parliamo di cancro alla prostata insieme al Dott. Giuseppe Fornarini, Coordinatore DMT Neoplasie – Urologica Presso l’Ospedale Policlinico “San Martino” di Genova

Proseguono gli approfondimenti di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format di Italian Medical News focalizzato sull’approfondimento degli argomenti oncologici. Per farlo, intervisteremo specialisti provenienti da diverse zone dell’Italia e tratteremo numerosi temi riguardanti l’oncologia. Questa volta il focus si concentra sul cancro alla prostata, una forma di tumore diffusa tra gli uomini.

La prostata, una ghiandola esclusiva presente nel corpo maschile, svolge un ruolo cruciale nella produzione e nell’accumulo del liquido seminale. Posizionata anteriormente al retto, al di sotto della vescica, essa avvolge l’uretra, il piccolo condotto responsabile del trasporto dell’urina. Il cancro alla prostata rappresenta una delle neoplasie più frequenti nel sesso maschile, e per approfondire la comprensione di questo tema, la redazione di Italian Medical News ha scelto di intervistare un esperto del settore: il Dott. Giuseppe Fornarini, Coordinatore DMT Neoplasie – Urologica Presso l’Ospedale Policlinico “San Martino” di Genova.

Il cancro alla prostata in grandi linee

Dottore, può dirci in linee generali in cosa consiste il cancro alla prostata?

“Il carcinoma prostatico coinvolge la ghiandola prostatica, situata a livello pelvico e presente in tutti gli uomini con un peso di circa 20/30 grammi. Questa forma di cancro rappresenta una delle neoplasie più comuni, in particolare l’incidenza tende ad aumentare negli uomini over 50, con un picco che inizia a salire oltre i 60-65 anni. C’è da sottolineare che la neoplasia prostatica possa comunque avere un comportamento estremamente eterogeneo rispetto ad altre neoplasie, ad oggi la possibilità di cura è elevata, sebbene possano verificarsi effetti collaterali significativi”.

“Inoltre, nonostante la sua diffusione quasi pandemica tra gli uomini, la neoplasia prostatica presenta una bassa mortalità. Secondo dati americani, nel 2023 sono previsti circa 230.000 nuovi casi con circa 35.000 decessi cancro correlati ed una sopravvivenza a 5 anni in circa il 95% dei casi. In Italia sono attesi circa 36.000 nuovi caso l’anno rappresentando la prima neoplasia nel sesso maschile (19% dei tumori diagnosticati). Questa neoplasia è caratterizzata da una estrema eterogeneità, determinando, di fatto, un diverso grado di aggressività. In particolare l’istologia è già in grado di predire il successivo comportamento biologico: si va dall’adenocarcinoma acinare classico al carcinoma duttale ( forma molto più aggressiva). Esistono poi forme molto meno frequenti tra queste i carcinosarcomi, i carcinomi con differenziazione neuroendocrina, i carcinomi con differenziazione squamosa, il linfoma della prostata e, in età pediatrica, i rabdomiosarcomi, che colpiscono principalmente i bambini e sono molto più aggressivi”.

La forma più comune: l’adenocarcinoma acinare


Dottore, ha nominato l’adenocarcinoma acinare. È corretto affermare che esso rappresenta la tipologia di cancro alla prostata più diffuso? Inoltre come si attua la diagnosi?

“Si, il carcinoma acinare rappresenta la forma più comune di cancro alla prostata. Va notato che il cancro alla prostata in genere si manifesta quasi sempre senza sintomi evidenti. I sintomi a livello prostatico sono spesso associati a prostatiti e ipertrofia prostatica benigna, ma non direttamente al tumore, che rimane completamente asintomatico. Il ruolo del PSA è oggetto di dibattito, e non ci sono dati certi sulla sua efficacia come esame di screening adeguato. Una review pubblicata sul ‘New England Journal of Medicine’ ha recentemente fornito consigli e raccomandazioni, evidenziando che una visita urologica sopra i 50 anni dovrebbe essere considerata, almeno per valutare la necessità di ulteriori approfondimenti”.

“Per quanto riguarda il tumore prostatico, la forma acinare rappresenta quella più comune. La sua classificazione anatomopatologica si basa ancora su quella messa a punto negli anni 60′ dal medico americano  Dr Donald Gleason che stratifica la neoplasia in 5 gruppi. Si parla infatti di ‘Gleason score’.

“La diagnosi iniziale prevede innanzitutto una visita urologica seguita dal dosaggio del PSA ed un eventuale approfondimento radiologico che utilizza la risonanza magnetica multiparametrica: in caso di evidenza radiologica sospetta si procede con la biopsia guidata dalla stessa risonanza. Sulla base dello score di Gleason, della percentuale di tumore in ogni frustolo bioptico positivo e del PSA, si valuta il paziente per un trattamento, che può essere chirurgico, radioterapico o una combinazione di radioterapia e terapia ormonale. La stadiazione è determinata in base al Gleason e al PSA”.

Sintomi non specifici della malattia

Nonostante, come ha detto, questa tipologia di cancro è quasi asintomatica, c’è comunque qualche campanello d’allarme?

“Purtroppo, il tumore prostatico di solito procede in modo asintomatico. I sintomi spesso si correlano a problematiche prostatiche, che fortunatamente, nella stragrande maggioranza dei casi, sono correlati all’ipertrofia prostatica benigna. In fasi più avanzate, possono emergere vari sintomi, come tenesmo, emissione di sangue nelle urine e/o durante l’eiaculazione, e la presenza di dolori durante la minzione. L’esplorazione rettale, nei casi più avanzati, può rivelare una prostata indurita, indicando un tumore già esteso localmente. In ogni caso, consiglio sempre una visita urologica per i pazienti oltre i 50 anni. Tuttavia, è importante sottolineare che i sintomi, di per sé, non sono specifici della malattia”.

I principali fattori di rischio

Passiamo dai sintomi ai pericoli. Quali sono i principali fattori di rischio?

“Partirei dal più nuovo e al contempo il più importante: la familiarità. Circa il 25% dei pazienti con cancro alla prostata hanno parenti, zii, genitori, nonni etc. che hanno avuto un tumore della prostata. È ovvio che un paziente che ha avuto un papà che a 60 anni ha avuto un tumore alla prostata è opportuno che cominci dei controlli già all’età dei 40 anni. Noi sappiamo che l’incidenza può aumentare vertiginosamente in queste famiglie: in alcuni casi questo è dovuto dalla mutazione del gene BRCA. Questo gene non solo aumenta il rischio di tumori mammari, ovarici e pancreatici ma anche di quello alla prostata”

“Oltre al fattore familiarità, sappiamo anche che alcune popolazioni sono maggiormente colpite come i pazienti di razza africana. In generale le persone di colore possono presentare una maggiore incidenza, probabilmente per un assetto ormonale diverso alla razza caucasica ad esempio. Altre cause di rischio possono essere l’alimentazione o l’esposizione a metalli pesanti. In realtà, esclusa la familiarità nessuna di esse è stata identificata chiaramente come una causa che da sola potesse in qualche modo aumentare il rischio di carcinoma prostatico. In ogni caso una dieta sana, la riduzione dell’assunzione di grassi sicuramente può impattare in positivo su tutti i tipi di neoplasia”.

Considerazioni finali

Perfetto Dottore, tutto molto chiaro. Vuole aggiungere un commento finale?

“La neoplasia prostatica è una neoplasia che sta avendo degli sviluppi a 360°. Mi spiego. Le nuove tecniche di radioterapia stanno riducendo ad esempio il numero di sedute. Si è passato da 35 a 25 sedute standard, ma addirittura ad oggi si può arrivare anche ad un trattamento che si esaurisce ad una, massimo due settimane. La stessa chirurgia ha fatto passi da gigante: la robotica ha sicuramente ridotto l’incidenza delle sequele e delle comborbidità correlate alla chirurgia. Quindi il paziente ha una degenza operatoria di brevissimo periodo. Il tutto anche grazie ad una qualità chirurgica che è decisamente aumentata”

“Inoltre, desidero evidenziare le avanzate metodiche di imaging, come la PET PSMA, che ci consentono una stadiazione accurata con una sensibilità e specificità raramente riscontrate in altre neoplasie. Questo ci permette di distinguere sin dall’inizio tra pazienti metastatici e non metastatici. Approfondendo il discorso sulle terapie, è importante sottolineare il significativo impatto delle terapie ormonali di nuova generazione, che hanno notevolmente prolungato la vita dei pazienti con metastasi, contribuendo a ridefinire il panorama terapeutico. Attualmente, stiamo assistendo all’introduzione di nuovi farmaci e tecniche innovative. In particolare, si prevede l’arrivo imminente di un nuovo radiofarmaco, il Lutezio, che costituirà un ulteriore strumento nell’arsenale terapeutico dell’oncologo”.

“Concluderei con una frase: il tumore della prostata è un tumore che va gestito in maniera multidisciplinare. Dunque l’oncologo, il radioterapista e l’urologo devono collaborare per definire la migliore strategia terapeutica per ogni singolo paziente”.

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