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Indecisione cronica: ecco cos’è e da cosa proviene

Tempo di lettura: 3 minuti

L’indecisione cronica è l’abitudine di evitare di prendere una decisione. Una recente ricerca, pubblicata su ‘Nature Communications’ ha determinato cosa può innescarla

L’indecisione cronica, in psicologia, è l’abitudine di evitare una decisione. Tale processo può essere attivato a livello inconscio ed il soggetto che ne soffre può andare incontro a stati ansiosi. L’indecisione cronica non è esclusiva a situazioni importanti: riguarda infatti anche di episodi di poco conto, come ad esempio decidere quale film guardare o che vestito indossare. Insomma, l’individuo che ne soffre si ritrova a dover fronteggiare e a vivere come dilemmi esistenziali sia le piccole scelte, che quelle più grandi e importanti. L’indecisione cronica è infatti considerata una vera e propria malattia.

Essa contraddistingue sia un disturbo dell’attività intenzionale, per cui l’individuo si sente incapace di prendere decisioni anche in quelle situazioni di poco conto, sia a un disturbo della motivazione, che si manifesta quando l’individuo non riesce a portare a termine l’azione anche quando questa è desiderata. In entrambi i casi l’indecisione cronica indica un disagio caratterizzato da estrema apatia e/o irrisolutezza. Tale condizione è associata a disturbi d’ansia, depressione, bassa autostima, stress e disturbo ossessivo compulsivo. 

La regione del cervello deputata al processo decisionale è la corteccia prefrontale. In chi soffre di indecisione patologica, tale corteccia sembrerebbe sopraffatta da informazioni e, nel processo cognitivo, l’individuo non riesce a riordinare ed a scandire la priorità. La situazione diventa critica ed il soggetto deve scandagliare tutte le variabili. Si innesca così un circolo vizioso: più la decisione da prendere è difficile, più il processo decisionale si paralizza. La situazione peggiora poi quando la persona reputa di non avere abbastanza informazioni per compiere la scelta: in quel caso l’incertezza si tramuta in ossessione.

Ripercorrendo la storia personale dell’indeciso cronico, la sua condizione patologica sembrerebbe essere il risultato diretto dell’eccessivo coinvolgimento delle figure primarie di attaccamento: i genitori. Tali figure hanno manifestato, durante i primi anni di vita, un comportamento intrusivo e non hanno permesso lo sviluppo di sé ben differenziato. Dietro l’indecisione patologica vi è una scarsa autonomia perché fin da bambino, l’indeciso patologico è stato in qualche modo ammonito. Probabilmente ogni tentativo di indipendenza era punito dal genitore. Pertanto, il bambino è cresciuto associando sensi di colpa all’indipendenza. Succede quindi che l’indeciso patologico, anche da adulto, tenderà a sentirsi subordinato al genitore e non sarà trattato, dal genitore appunto, come un suo pari. 

L’innovativa scoperta

Una recente ricerca, pubblicata su ‘Nature Communication’ ha individuato la cellula del cervello che regola le decisioni. Il lavoro, condotto dai ricercatori dell’Unità di Neuroimmunologia dell’Irccs Ospedale ‘San Raffaele’ di Milano, è stato effettuato utilizzando un modello sperimentale in vivo (topolini geneticamente modificati). I risultati hanno portato ad identificare una popolazione di cellule del cervello – le cellule staminali periventricolaried una proteina, IGFBPL1, la cui mancanza abbasa notevolmente le capacità decisionali. In altre parole, rende più indecisi. 

Altro punto interessante della ricerca è la dimostrazione della correlazione tra persone affette da sclerosi multipla, che manifestano disturbi cognitivi quali la difficoltà a processare le informazioni, e la presenza di lesioni cerebrali dovute alla malattia proprio nell’area periventricolare dove sono presenti, appunto, le staminali produttrici di IGFBPL1. Il ruolo IGFBPL1 è quello di garantire la sopravvivenza e stimolare la crescita di alcune cellule situate in una area cerebrale profonda denominata corpo striato. Queste cellule sono gli interneuroni a picco rapido (fast-spiking) che sono essenziali per i nostri processi cognitivi. La capacità di queste cellule è quella di filtrare i messaggi ‘elettrici’. In questo modo transiteranno solo quelli destinati a diventare appunto una decisione, giusta o sbagliata che sia. 

I ricercatori sono riusciti a dimostrare tutto ciò, eliminando geneticamente nei topolini le cellule staminali periventricolari e/o la proteina IGFBPL1. I piccoli animali, infatti, hanno dimostrato, in seguito a queste delezioni, indecisioni nei test comportamentali. In particolare, essi non erano in grado di regolare adeguatamente gli impulsi volti a facilitare o inibire un certo comportamento, pur mantenendo intatta la capacità di apprendimento e di memorizzazione. 

Questa scoperta rappresenta un ulteriore mattoncino verso la comprensione della ‘biologia’ che si cela dietro il nostro modo di pensare e, nello specifico, di decidere. Inoltre, rende ‘raggiungibili’ quelli che sono ritenuti meccanismi straordinariamente complessi che sono regolati, in realtà, da meccanismi molecolari individuabili. I suoi sviluppi potrebbero essere determinanti per scoprire dunque come curare l’indecisione cronica. Inoltre, potrebbe essere l’apripista per lo sviluppo di interventi mirati per migliorare le performances cognitive nelle persone affette da malattie neurodegenerative.

Clicca qui per leggere l’estratto originale della ricerca.

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