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Il problema dell’obesità spiegato dall’esperta Rita Tanas

Tempo di lettura: 5 minuti

Intervista alla Dott.ssa Rita Tanas, specialista in Pediatria, Endocrinologia e Malattie del Ricambio, nonché nota esperta di obesità pediatrica 

L’obesità costituisce un fattore di rischio cardiovascolare, in grado di indurre una maggiore incidenza di eventi cardio e cerebrovascolari, incrementando la frequenza e la gravità di altri fattori noti di rischio quali la dislipidemia, l’ipertensione arteriosa, l’insulino-resistenza e il diabete. Il problema dell’obesità riguarda non solo gli adulti, ma anche e soprattutto i bambini: da subito infatti anche i più piccoli sperimentano peggiori condizioni di salute fisica e soprattutto mentale per via dell’obesità. Sono comuni anche per loro problemi respiratori, ipertensione, resistenza all’insulina, problemi osteo-articolatori e peggiore qualità della vita.

Per saperne di più sul problema la redazione di Italian Medical News ha deciso di intervistare una figura navigata del settore: la Dott.ssa Rita Tanas, specialista in Pediatria, Endocrinologia e Malattie del Ricambio, nonché nota esperta di obesità in età evolutiva. La Dottoressa ha quindi risposto in modo chiaro ed esaustivo ad una serie di quesiti posti.

Una definizione cambiata nel tempo

Dottoressa, partiamo da una domanda generale: può dirci sommariamente in cosa consiste l’obesità?

“La definizione di obesità sembra molto semplice e scontata, ma non è così, ed è anche cambiata nel tempo. Una volta si pensava che fosse conseguenza di un modo di vivere, di una libera scelta. Oggi è risaputo che si tratta di una vera e propria malattia che non consiste solo in un eccesso di peso o un aumento del tessuto adiposo. Ormai tutte le organizzazioni internazionali hanno accettato una definizione più complessa di questa patologia. Secondo l’OMS l’obesità è un eccesso di tessuto adiposo che compromette o mette a rischio la salute. L’obesità è una malattia neuro-comportamentale complessa, multifattoriale, cronica, progressiva, recidivante e curabile, in cui l’aumento del grasso corporeo ne promuove la disfunzione, con conseguenze negative sulla salute metabolica, biomeccanica e psicosociale”.

Le cause: non solo lo stile di vita

Quali sono le principali cause di questa patologia?

“Le cause sono tantissime e conoscerle è molto importante poiché spesso si pensa che siano esclusivamente o prevalentemente i ‘cattivi’ comportamenti alimentari e motori. Questo pensiero porta alla colpevolizzazione del paziente, a coprirlo di colpa e vergogna, diventando un ostacolo insormontabile alla cura. Bisogna quindi conoscere tutte le cause dell’obesità oltre a quelle menzionate: mi riferisco a determinanti come genetica (50-80% delle cause), livello socio-economico, livello culturale, eventi avversi precoci, qualità del sonno, contesto ambientale, i nuovi cibi ultra-processati poco salutari, la pubblicità su questi cibi rivolta ai bambini e diffusa senza regole dagli ambienti digitali, alcuni farmaci, come antistaminici e cortisonici, e lo stigma del peso

Quest’ultimo è il punto su cui si sta ponendo più attenzione negli ultimi anni perché veramente cruciale. Lo stigma, derisione e discriminazione legata al peso corporeo, è diffuso in tutti gli ambienti di vita, per cui, col tempo, viene interiorizzato da bambini e adolescenti e riduce le loro possibilità di realizzarsi appieno in ogni ambito: cognitivo, emotivo e sociale. Lo stigma professionale del peso, infine, è la chiave di volta per cambiare approccio e poter avere successo nella prevenzione e cura di questa malattia

Aggiungo anche il Covid-19, che, soprattutto nella fase di lockdown, ha cambiato lo stile di vita, le abitudini e la mentalità delle persone, ha promosso l’espandersi dell’obesità. L’obesità dipende, quindi, da un insieme di fattori che sfuggono al controllo del singolo, molti sono immodificabili ed altri difficilmente modificabili dalla società intera; pertanto il fattore alimentare-motorio ha un impatto sul problema minore di quanto comunemente ritenuto. 

Come agire per ridurre il problema

Cosa si può fare per tentare di ridurre il problema?

“Uno dei determinanti su cui possiamo e dobbiamo agire in maniera incisiva è proprio lo stigma del peso, ovvero il pensiero che le persone con obesità siano meno capaci delle altre e dunque da discriminare. I bambini con obesità, già a partire dai tre anni vengono derisi in famiglia e rifiutati dai coetanei. Tutto questo determina una situazione psicologica negativa. Se ci si pensa, lo stigma sul peso è l’unica forma di razzismo ammessa e condivisa universalmente, anzi addirittura ritenuta da alcuni come motivante e quindi ‘terapeutica’. Gli studi per fortuna hanno dimostrato che non è assolutamente così. Bisogna lavorare molto sullo stigma del peso. Le azioni sono tante e a vari livelli. Come professionista sanitario ‘lavoro’ contro ogni tentativo di semplificazione per spiegare la complessità delle cause e della cura di questa malattia e per cambiare la mentalità tradizionale della responsabilità individuale”.

“Oltre ad agire sullo stigma del peso, c’è anche bisogno di fare ‘rete’. Cominciando dalla famiglia, dalla scuola e dalla sanità, per continuare con industria e politica, magari controllando meglio la pubblicità sui cibi ultra-processati ed aumentandone la tassazione. Fondamentali sono gli operatori sanitari che possono collaborare fattivamente ad un progetto salutare di prevenzione e trattamento. Si può pensare che l’obesità a certi livelli sia una malattia ‘inguaribile’, ma non è più accettabile considerarla ‘incurabile’”.

“Bisogna sapersi difendere da certi bombardamenti mediatici e rispolverare la nostra Dieta Mediterranea, che abbiamo un po’ dimenticato. Non è solo alimentazione con più frutta, verdura e legumi, ma anche stile di vita, convivialità, formazione a scuola, attività motoria, tradizioni, riduzione dello spreco. In più la Dieta Mediterranea è in sintonia col progetto di protezione della Terra e del suo ecosistema. Tutte cose che conosciamo già: facciamole!”. 

In termini prettamente medico-sanitari, cosa si sta programmando per il futuro?

“Lo scorso primo marzo c’è stata una riunione molto importante al Ministero della Salute nel quale si è visto che l’atteggiamento sta cambiando. Innanzitutto è maggiormente diffusa la posizione contro lo stigma del peso in tutti gli ambiti sanitari e questo è molto importante. In più si sta cercando di fare rete, nel senso che gli operatori non sono più chiamati a fare prevenzione o terapia da soli, ma a costruire reti e team, condividendo modi e obiettivi. Se tutti diventassimo meno giudicanti e più accoglienti nei confronti delle persone con obesità, questo permetterebbe loro di smettere di difendersi e cominciare a curarsi. Ciò vale anche e soprattutto per i bambini ed i ragazzi. Lavorare sul contrasto allo stigma del peso e sul concetto di rete è dunque fondamentale”.

Il bisogno di formazione

Chiarissimo Dottoressa. Vuole chiudere con un commento finale?

“Tutti i professionisti sanitari presenti alla riunione dello scorso primo marzo citata poc’anzi, hanno chiesto più formazione. Gli strumenti essenziali per garantire questa formazione sono l’Educazione Terapeutica e il Colloquio di Motivazione; si tratta di strumenti che da vari anni circolano nell’ambito sanitario e possono essere condivisi anche nella cura dell’obesità. A tal proposito è importante un cambio di passo della formazione sanitaria a partire dal formare i formatori all’estendere la formazione dal periodo universitario fino alla formazione continua di tutti i professionisti che svolgono attività educativa. Attenzione, non mi riferisco solo ai professionisti della salute, ma anche a maestri, professori, psicologici, pedagogisti e così via. Se vogliamo sperare in adulti più sani dobbiamo cambiare prospettiva….”

“Purtroppo, abbiamo scoperto che il nostro cervello si adatta al tessuto adiposo presente nel corpo, lo considera una risorsa e cerca di difenderlo, pertanto, ridurlo è difficile e mantenerne la riduzione a vita ancor di più. Dobbiamo smettere di dare colpe e giudicare e, invece, avere come obiettivo solo i comportamenti più salutari, non il peso, per aiutare i bambini e le famiglie con obesità ad adottarli”.

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